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    La Strage degli Innocenti

    • R. Arcadi
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    La Strage degli Innocenti
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    R. Arcadi

    Qualche tempo fa, non è da molto, una delle solite notizie “terribili” veniva propalata ad arte dai soliti mezzi d’informazione, o meglio, di disinformazione d’Occidente. I soliti giornalisti ignoranti, prezzolati, ed in mala fede si profondevano, vociando e stracciandosi le vesti in preda a simulato sdegno, in squinternati pianti, gemiti strani, ed urla fiere sui presunti e pretesi orrori dell’Iran Islamico, ancora una volta, per non dirla dell’Islam tutto: dove una donna sarebbe stata condannata a morte ed impiccata, solo per avere “osato” difendersi da un tentativo di stupro, niente meno!

    L’orrore del fatto mobilitava le solite coscienze o prezzolate od abbindolate delle solite anime belle, subito pronte, come da copione e canovaccio di maniera, ai prescritti contorcimenti sentimentali sulle accampate ingiustizie e sulla barbarie oscurantista del mondo musulmano: da quella parte dunque, tutto un mondo in preda a violenza, arbitrio, ed oppressione, accanito e feroce violatore dei pretesi cosiddetti “diritti umani” di non si sa bene quale uomo, o com’è stato giustamente detto di recente, addirittura “diritti senza uomo”.

    Mentre invece dall’altra parte, tutto il contrario, vale a dire un modo giusto ed ordinato, garante di pace, ordine, sicurezza, progresso, e di diritti vari, di criminali, baldracche, pervertiti, bestie, ed anche peggio: “Tu ricca, tu con pace, tu con senno- se dico il ver, l’effetto nol nasconde”, recita Dante Alighieri. E già Paolo di Tarso aveva affermato in precedenza nelle sue Epistole: “Quando diranno pace e sicurezza, all’improvviso li coglierà la rovina”.

    Il tutto accompagnato dai furori oramai abituali contro ogni sorta di pena di morte, orrore neppure concepibile per sensibilità sottilissime, non disposte in nessun modo, almeno a loro dire, a tollerare neppure il sentore del sangue, aborrendo ogni forma di violenza e d’ingiustizia, per lo meno così sostengono, che essi peraltro giungono ad identificare , vedremo in seguito il senso del loro simulare, con ogni qualsivoglia pena e castigo, anche non solamente corporali.

    “Nessuno tocchi Caino”, così recita il motto che dà nome ad una delle tante ridicole associazioni dei diritti umani, questa in particolare contro la pena di morte, citando addirittura il teso della Bibbia cristiana ed ebraica. Dimenticandosi che, allorquando Iddio Altissimo, sia magnificato ed esaltato, ebbe a pronunziare quell’espressione, sulla terra non v’erano, oltre ad Adamo ed Eva, genitori di Caino, altre persone umane che ne potessero punire il delitto.

    Laonde o la traduzione del testo originale è assai maldestra, dunque andando resa altrimenti, oppure va altrimenti interpretata, non nel senso dell’impunità, ma in quello che la pena è di esclusiva competenza d’Iddio, Ne sia esaltato l’Essere, e della Sua legge, e di chi ne sia adibito all’applicazione, e di nessuna creatura umana in quanto tale, in senso diviso. Conseguenza questa tra le tante, a nostro modesto avviso, dell’ignoranza quasi completa della lingua originale del testo biblico da parte dei suoi commentatori abituali.

    Per non dire della petulanza e dell’insistenza importune di altri gruppi di matrice anglosassone, vale a dire illuminista e massonica, quali la sedicente e celebre “Amnesty International”, che trascura del tutto che l’amnistia, che significa in greco antico, “mancanza di ricordo”, come “amnesia”, vale a dire, il perdono, sancito sì, nel senso di essere altamente raccomandato dalla legge positiva, come quella coranica, ma nient’affatto regola, trattandosi dunque di una faccenda personale, e non certo di una direttiva giuridica obiettiva.

    La questione presa quivi in esame ha pertanto due argomenti di cui trattare, l’uno quello particolare della falsificazione qui sopra citata col suo uso propagandistico perverso, l’altro quello del senso profondo dell’abrogazione della pena di morte nel mondo contemporaneo, sotto il profilo giuridico, e non dell’iniziativa o pubblica o personale, non sottoposta a nessun regolamento. Distinzione questa della massima importanza per capire di che cosa si tratti.

    Ora, per che riguarda la prima delle due questioni, è da rilevarsi com’è che la suddetta campagna s’inserisca, come suo caso particolare, nella ben più ampia offensiva di calunnie e menzogne disgustose vomitate dai mezzi d’informazione occidentali a proposito dell’Iran Islamico postrivoluzionario, sin dall’indomani della Rivoluzione, passando per la vicenda Rushdie, sino alla condanna qualche tempo fa alla lapidazione dell’adultera omicida del marito.

    L’ultima della serie di queste vicende, almeno per quel che concerne i casi di maggiore rilievo, essendo stata la condanna e l’esecuzione dell’omicida volontaria e premeditata di un uomo, significativamente innocente, vedremo poi il senso profondo di questa medesima circostanza, fatta passare menzogneramente ed ingannevolmente per punizione barbara ed impalcabile di chi si sarebbe soltanto difesa, sempre a dire di tutti costoro, da un tentativo di stupro.

    Vogliamo preliminarmente fare qui alcune considerazioni sulla prima vicenda trascorsa, vertente sulla lapidazione. Pena che, secondo la presente legge dell’Iran islamico, è comminabile solamente nel caso in cui il giudice non sia una persona ordinaria, ma un esperto giurisperito, in arabo “mujtahid”, vale a dire, abilitato dagli altri sapienti a dedurre le norme giuridiche dai loro principi primi, ovverosia, dalle “fonti”, in arabo “manābīº”, plurale di “manbaº”.

    Prerogativa questa della Shi’a duodecimana, specialmente nella sua versione ĥusūlī, del “conseguimento” argomentativo, che si avvale della ragione; a differenza delle quattro scuole giuridiche sunnite ufficialmente riconosciute dalla comunità dei sapienti, che hanno oramai concluso e sigillato la loro deduzione. Deduzione giuridica la cui necessità deriva dal fatto, che la legge divina deve essere sempre in grado di prendere posizione nei confronti di qualsivoglia evento contingente, e la cui garanzia esistenziale è la presenza anche corporea, anche se occulta della Guida divina nel nostro mondo.

    L’applicazione di questa pena è peraltro rarissima, se non quasi impossibile, richiedendo essa condizioni assai difficili ad ottemperarsi; vale a dire, che quattro testimoni abbiano ad assistere direttamente al coito, all’atto della penetrazione, essendo essi persone giuste, il che è peraltro richiesto islamicamente per qualsiasi testimonianza, a differenza dalle farse testimoniali d’Occidente. Condizione ancor più difficile ad ottemperarsi, in quanto un giusto è quasi impossibile che accetti di assistere ad un atto siffatto.

    Quanto invece al nostro disgraziatissimo mondo occidentale, che pure s’atteggia buffonescamente a Maestro di civiltà, di legge, e di morale, siamo tutti noi a dover prendere atto, sovente da vittime, di quello di cui sono capaci testimoni corrotti e prezzolati assolutamente indegni di fede. Per non dire del livello intellettuale e morale dei suoi pretesi “Giudici”, specialmente in quei paesi anglosassoni del tutto a digiuno di ogni sia pur minimo residuo di diritto romano.

    Tutto quello che abbiamo detto sinora, rende davvero pietosa l’affermazione di una donnicciola ignorante, certo traviata nella sede di uno dei tanti corrottissimi partiti nostrani, se non addirittura, ci duole di doverlo supporre, in una qualche chiesa neocattolica, che c’è stato riferito si sarebbe permessa di rivolgersi ad un immigrato musulmano in un negozio d’alimentari, invitandolo a comprare vino e liquori, che sarebbero meglio della lapidazione: ignorando quante siano nel mondo le moltissime vittime, per lo più innocenti, degli inebrianti, e le pochissime vittime colpevoli della lapidazione.

    Nel cui novero non vogliamo certo ammettere gli abusi salafiti e wahabiti, vale a dire, di chi manca di ogni legittimità e competenza giuridica, ed in generale di ogni autentica conoscenza islamica, al di là del becero letteralismo; che rinviamo peraltro al mittente, vale a dire, ai loro patroni occidentali, che li proteggono e li armano, al di là tutte le simulazioni e di tutti gli incidenti di percorso, specialmente per quel che riguarda l’abominio saudita.

    Passiamo ora all’ultimo dei due casi in questione, ricordando che la donna della vicenda precedente confessò del tutto liberamente, checché ne dicano i nostri mestatori d’informazione, e fu graziata dalla Guida dei Musulmani. Ricordando a costoro, che la confessione, secondo la legge islamica deve essere ripetuta ben quattro volte a debita distanza di tempo, per essere ritenuta valida, a differenza di quelle che vengono malamente estorte, sovente con la violenza e l’intimidazione, dai giudici e dalle forze dell’ordine occidentali.

    Il secondo caso in esame invece è finito assai tristemente, e non siamo certo noi a rallegrarcene, a differenza di quanto si faceva in Occidente, allorquando bande di criminali prezzolati trucidavano il fiore dell’Islam iraniano. La donna, accusata di omicidio premeditato, è stata impiccata, senza avere accettato di confessare. Cominciamo con l’osservare, che l’omicidio per difendersi da uno stupro è islamicamente legittimo. I mezzi d’informazione occidentali hanno mentito spudoratamente, sostenendo che sarebbe il contrario.

    Qua e là è stato detto, che la corte iraniana non avrebbe, del tutto arbitrariamente, accettato la linea difensiva della donna, e che il processo sarebbe stato dunque una farsa. Da che pulpito viene la predica! Dire che le leggi e le procedure processuale d’Occidente sono delle farse, è in effetti dire assai poco. A cominciare dal mondo anglosassone, o privo di leggi scritte, del tutto od in parte, o soggetto a leggi arbitrarie, del tutto prive di ogni sanzione o intellettuale, o trascendente. Ed in secondo luogo, asserire che la difesa sarebbe stata ignorata a questo medesimo proposito, significa riconoscere che difendersi da uno stupro è nell’Iran islamico tutt’altro che un delitto.

    Lasciamo da parte per ora la questione della religione e della trascendenza, la qual cosa, per un mondo siffatto, sarebbe anche troppo. Non pretendiamo neppure lontanamente, da gente di tale sorta, tanta capacità. Prendiamoli per quello che sono. Dal punto di vista soltanto razionale, manca in effetti nel mondo occidentale una qualsiasi linea guida, e non soltanto per quello che riguarda le leggi, dopo l’abbandono increscioso del diritto romano, oggi quasi non più studiato neppure nelle università. Il fatto è che in Occidente mancano principi e regole generali di deduzione giuridica, non soltanto, il fatto è che è in generale l’intelligenza stessa ad esservi progressivamente obliata.

    Il tutto viene lasciato, nell’ambito pubblico, all’arbitrio di ridicole adunanze, i cosiddetti “parlamenti”, preteso frutto di una simulata ed insussistente volontà popolare, conculcate entrambe da poteri forti od occulti, i quali ne maneggiano a piacimento la sostanza informe e passiva, anche mediante quei brogli, che vengono poi menzogneramente addebitati agli altri, secondo la vecchia procedura di appiccicare agli altri i propri marchi: “La colpa seguirà la parte offensa, in grido come suol”, recita ancora Dante.

    È di pochi anni or sono, l’indegna gazzarra scatenata dagli Occidentali, in combutta con i gruppuscoli delle corruttele e di qualche imbecille locali, con i conseguenti, soliti torbidi come da copione, sui pretesi brogli alle elezioni presidenziali iraniane, solamente perché i candidati di loro gradimento vi erano stati sonoramente sconfitti. La medesima cosa è avvenuta per la Russia, per la medesima ragione. Il che s’inserisce nel piano delle cosiddette rivoluzioni, colorate o no, ad opere di sparuti gruppetti d’ingenui e traditori, veri colpi di stato, attribuiti alla volontà popolare, a cui fanno seguito talora elezioni, queste sì truffaldine, com’è avvenuto in Egitto, in Ucraina, in Bahrein.

    La piazza della capitale ucraina prima e dopo la rivoluzione ‘colorata’ di stampo occidentale

    In ogni caso, un giudice inglese o americano si avvale del più completo arbitrio nell’applicare le pene, in ispregio a qualsiasi legge scritta, ivi quasi del tutto inesistente, come dicevamo. Lo Sceriffo locale, così come i suoi scherani, può arrestare, torturare, ammazzare a piacimento i malcapitati di turno. Tanto troverà poi, sempre che sia processato, un giudice accondiscendente, pronto ad assolverlo, com’è avvenuto nelle ultime tristi vicende statunitensi.

    E non si riesce affatto a capire, nel caso della cosiddetta “common law”, la “legge comune” inglese, vale a dire, la legge consuetudinaria fatta dalle sentenze dei Giudici, che nulla ha che vedere con la conoscenza originale di radice trascendente del maºrūf coranico, il “conosciuto” islamico, e con il “mos maiorum” romano, d’eguale scaturigine, dove sia da reperirsi, nello scorrere del tempo antecedente, la prima sentenza, la quale farebbe poi legge.

    Ricordiamo com’è che il popolo romano richiese la promulgazione della legge delle XII tavole perché nulla fosse lasciato all’arbitrio, confuso che questo fosse con il mos maiorum, con la legge originale trascendente; così come aveva fatto Zaleuco, il primo legislatore del mondo greco, nella Locri d’Occidente, la città “meglio governata, in Italia”, come recita Platone nel Timeo, locrese depositario, al posto di Socrate, delle dottrine sull’origine dell’universo.

    Ricordando che Cicerone, nella Filippica XI, definiva le leggi siccome “ratio tracta a numine deorum, imperans onesta, et prohibens contraria”, definizione che, se si sostituisce il plurale “derum“ con il singolare “dei”, s’adatta perfettamente all’Islam. Per non dire di Platone che, per bocca di Socrate, nella Politeia e nel Politico, riferiva l’ufficio pubblico di Guida alla conoscenza trascendente intellettuale e presenziale, dottrina che sarà in seguito ripresa dai pensatori musulmani, specialmente sciiti, a conferma della funzione anche pubblica del Vaticinio e della sua successione ed eredità vicaria.

    Fatto sta che anche nella sventurata Europa continentale, messo da parte l’antico diritto romano, scienza esatta al pari di quello islamico, tratti entrambi dai principi universali della conoscenza rivelata ed intellettiva, i magistrati, ignorantissimi, arrogantissimi, del tutto in mala fede, sovente anche stupidissimi, si sono dato a “fare” le leggi, sul modello inglese ed americano, invece di adoperarsi per conoscerle, vale a dire, studiarle ed interpretarle.

    Non solo sono state accolte all’interno della nostra disgraziata giurisprudenza procedure barbare come la “giuria popolare” ed il “patteggiamento” all’americana, ma ci si è dati anche a ciarlare di sentenze assunte arbitrariamente come prime e come legge, ad introdurre pene inventate di sana pianta, per non dire di cavilli ed arzigogoli da bifolco, veramente ridicoli, che mostrano tutta l’ignoranza o la malafede di chi se ne avvale disinvoltamente.

    Come nel caso in cui l’onere della prova riguarderebbe ciò che non esiste, e non ciò che esiste, com’è il caso del “consenso informato” in medicina, per cui viene legalizzata l’uccisione di pazienti sottoposti ad operazioni inutili arbitrarie, specie anziani, per liberarsene, e procacciarsi più danari, dato che andrebbe provato che “non hanno consentito”, e non invece che “hanno consentito”. Come nel caso avvenuto in Germania, per cui un uomo ha potuto impunemente divorare un altro uomo, essendo assolto per aver rispettato le norme sanitarie e di macellazione, e per essersi presunto il consenso della vittima, dato che sarebbe stato da dimostrare il contrario, vale a dire, non il suo essere, ma il suo non essere!

    O che in seguito a testimonianze compiacenti di personaggi corrotti, la cui contradditorietà è stato disinvolta ignorata dalla corte, così come quelle in contrario, ci si veda negato il possesso di un manufatto, ma non il suo contenuto, al quale esso è esclusivamente adibito! Sic! O che si condanni qualcuno, all’americana, a non dire nulla contro la magistratura! O che si giunga a legalizzare l’incesto, com’è avvenuto in Germania, e non sappiamo se altrove. O che gli invertiti sessuali si possano sposare, con tutti i conseguenti vantaggi finanziari, o che si possano loro addirittura affidare bambini innocenti alle loro voglie schifose, a costituire una “famiglia allargata”.

    O che una ragazzetta omicida della madre e del fratellino se ne vada in giro libera, in tutta impudenza, corteggiata come un’attricetta dai mezzi d’informazione, perché avrebbe il diritto a “rifarsi una vita”. O che un’altra giovane donna, dopo avere sterminato tutta la sua famiglia, venga liberata e riabilitata, redenta che sia stata pretestuosamente dal solito prete neocattolico di turno, ignorante e simulatore, invece di aiutarla a sostenere la sua pena.

    O che si giunga ad aggravare la pena, non in considerazione della dignità o esterna o interna della persona lesa, ma per il fatto che sia una donna od un invertito sessuale, il che nulla ha che vedere con la gravità dell’atto, com’era, ad esempio, per i delitti di lesa Maestà, o contro chi avesse un rango spirituale, e così via dicendo in questa pura e semplice galleria degli orrori giuridici nostrani, la cui lista sarebbe anche troppo lunga. Speriamo solo di non meritarci l’incriminazione per “vilipendio della magistratura”, peraltro già da sé vilipesa, naturalmente in nome della “democrazia”, della “libertà” e dei “diritti dell’uomo”.

    Si tratta certo qui da noi dei risultati avvelenati di quella scuola contemporanea delle tre “i”, “internet”, in tutta la sua insulsaggine, “impresa”, in tutta la sua barbarie, ed “inglese”, lingua conforme, insulsa e barbara, di cui si proclamò anni or sono fautore un tanto celebre, quanto stupido ed ignorante uomo pubblico nostrano, trascurando la quarta “i”, certo la più grande, la maiuscola di “ignoranza”, che è il risultato immancabile delle tre previe meraviglie.

    Scuola contemporanea del tutto priva di principi conoscitivi e morali, per non dire di quelli trascendenti, che produce i nuovi mostri, i giudici odierni, cosi come gli attuali uomini pubblici, ragazzetti sprovveduti, e baldracchette scipite e melense, che dopo essersi procurati un qualche titolo, sovente acquistandolo in qualche università preferibilmente anglosassone, se ne vengono, com’è che sta adesso avvenendo, a pontificare ed a sproloquiare contro i diritti dei lavoratori, la scuola pubblica, e tutto quanto possa avere il sentore di un potere statuale capace d’imporsi a quei “poteri forti” di schmittiana memoria, di cui tutti ciarlano oggigiorno del tutto a vanvera in Italia, senza averne capito nulla.

    Ora dunque, per tornare al nostro precedente discorso, i processi farsa li si faranno in Occidente, specialmente nei paesi anglosassoni, e non certamente nell’Iran islamico, checché se ne dica. Lo vieta la sua stessa struttura giuridica. Lo vieta il fatto che sia la Guida della Rivoluzione e dei musulmani tutti, così come l’attuale capo della magistratura, siano entrambi giurisperiti insigni, oltre che validi pensatori e profondi uomini di conoscenza.

    Lo vieta una scienza sottilissima, alla cui luce tutto quanto deve essere vagliato, procedendo dalle “fonti”, “manābiº”, vale a dire, il Corano, le narrazioni dei Puri, l’intelligenza, ed il consenso dei Sapienti, tramite i “principi”, in arabo “uşūl”, regole deduttive concettuali assai complesse. La qual cosa non vieta peraltro d’accogliere anche elementi estranei, almeno apparentemente, dato che nulla di reale, valido e vigente, sia estraneo alla legge islamica, nella sua universalità, ma dato che tutto in ogni caso vada sottoposto all’esame di questa giurisprudenza, che è assolutamente lecito definire scienza esatta.

    Circostanza del tutto ignota all’odierna ignoranza ed albagia d’Occidente, che peraltro si avvaleva in passato di quel diritto romano, anch’esso scienza esatta, oggigiorno soppiantato dalla barbarie anglosassone, contraria ad ogni giurisprudenza, e soppiantatrice di ogni civiltà giuridica, come dicevamo, in nome dell’arbitrio cieco del ”covenant” dei Padri Pellegrini, e del contratto sociale di Rousseau, ovverosia della licenza di costruire, opposta al dovere di conoscere.

    Anche il diritto romano vantava a suo modo, ed abbiamo citato dianzi a questo medesimo proposto la celebre sentenza di Cicerone, un’origine divina, che in definitiva, al di là del tralignamento dell’associare in divinis vari simulacri fallaci, si riconduce alla sapienza adamica superinfusa originale, essendo appunto, come già dicevamo, ”ratio tracta a numine deorum”, sempre ricordandosi di sostituire il singolare al plurale, per darne ragione dell’originarietà.

    Scienza anche quella dunque tratta da Iddio Altissimo, sia magnificato ed esaltato, che va e riconosciuta ed interpretata dall’uomo, dato che essa, di per sé stessa, sia “littera et non iudex”, come recitava la dottrina tradizionale cattolica, prima degli ultimi tralignamenti; nella fattispecie da quell’Uomo Perfetto, Guida della Comunità dei credenti e sostegno dell’universo creato, oggigiorno in istato di occultamento, che deriva la sequela del suo ufficio dal Sigillo del Vaticinio, e dunque della Legge, nel caso della Legge muhammadica.

    Legge che dunque, vale la pena ripeterlo, deve essere conosciuta, studiata ed interpretata, e non certo inventata di sana pianta da ridicole adunanze d’ignoranti, corrotti, e presuntuosi, a dispetto dei loro eventuali titoli universitari, magari comprati negli Stati Uniti, in Inghilterra ed in Canadà, sedicenti interpreti di un’inesistente “volontà popolare”, con tutta la loro realtà caricaturale, di scaturigine illuministica e massonica, con le sue radici in definitiva infere.

    E non ci si venga a dire, com’è che fanno certi begli spiriti, che si tratterebbe, nel nostro caso, di pretesa “eteronomia”, di legge estranea all’essenza umana. Perché questo significa ignorare del tutto le norme della trasposizione e dell’assimilazione dell’essere e dell’esistenza. Per cui il livello superiore include nella sua eminenza, ad un grado di maggiore semplicità, il livello inferiore, che a sua volta lo riflette debilitandolo e frammentandolo.

    Sicché essa deriva dai livelli superiori dell’essere, come dalla realtà stessa, vale a dire, che sono l’identità stessa dei livelli inferiori dell’esistenza creata, non avendo in questo modo nulla che sia estraneo, né all’essere umano, né alla natura creata nel suo complesso. Questa gradualità dei livelli dell’esistenza e dell’essere, con le sue scaturigini sapienziali adamiche originali, è quanto di più ignoto ed ignorato dal pensiero occidentale moderno.

    Laddove invece sono proprio le finzioni buffonesche della legge occidentale moderna, parto e proiezione arbitraria di figuri ottenebrati e tralignati, del tutto privi d’intelligenza, a proporsi in tutta estraneità ad un uomo che pure le crea, ma in tutta separazione nel loro reciproco limite esistenziale. Tanto da proporsi come “valori”, siccome alcunché che pretende d’imporsi, e non in quanto Legge, “lex”, da “lex”, “lego”, “raccolgo” nella trascendenza, per poi distribuire nell’immanenza; in greco antico “νεμω”, ancora raccolgo, da cui “νομος”,

    O com’è appunto “sharīºaħ” nell’arabo, lingua che più d’altre ha conservato quelle radici e quegli elementi originali la cui significazione spetta al legislatore, in quanto artefice, nel senso d’interprete, come afferma Platone nel Cratilo, oltre che della legge, anche della lingua, nel suo statuto garante. Termine che è da “šaraºa”, “emettere”, “tracciare”, “delineare”, che dà il senso del conformarsi effettuale della semplicità originale. Nessuna “eteronomia”, dunque, o legge estranea, anche per chi ignori l’arabo o il greco antico.

    Tornando dunque al caso in esame, il processo in questione non è stato una farsa che avrebbe calpestato i diritti dell’imputata, né tantomeno il verdetto sarebbe stato emesso sul fondamento della liceità dello stupro, in Iran, ed in genere nel mondo musulmano. Va osservato in primo luogo, vale la pena ripeterlo, che uccidere per difendersi da uno stupro è lecito secondo la legge islamica. Nessuna donna che abbia ucciso il suo stupratore può esservi condannata. Lo stesso Sacro Corano vieta in più luoghi di “uccidere senza diritto”.

    Detto questo brevemente, per rispondere al primo dei due assunti arbitrari in questione, che non hanno naturalmente nessun fondamento nella realtà di fatto, passiamo alla seconda calunnia, quella del processo farsa che avrebbe deliberatamente ignorato i diritti e la linea di difesa della presunta vittima, nient’affatto omicida per intento. Ora, tutto quello che ci è dato di conoscere dagli atti del processo, è che si è trattato di omicidio premeditato, non di legittima difesa.

    “Huius iudicii veritas nullo modo mutari potest”, “la verità di questo giudizio non può essere mutata in nessun modo”, recitava Cicerone nell’orazione pro Marco Celio, tanto da fargli dire “Nullo modo in voluntate testium collocari sinam” (Non permetterò in nessun modo che venga rimessa alla volontà dei testimoni), contrariamente alla barbarie delle procedure processuali dell’Occidente contemporaneo, dove testimoni per nulla affidabili, corrotti, beoni, empi, pregiudicati, e via dicendo, la fanno da padroni, venendo assunti siccome depositari inappellabili della realtà dei fatti.

    Il che la dice lunga, come anche prima dicevamo, sulla differenza tra quella scienza esatta che era il diritto romano, e le odierne caricature e farse giuridiche, queste sì, d’Occidente. Tanto che già a suo tempo lo stesso Cicerone si lamentava che la causa “ab argumentis, a coniecturis, ab iis signis, quibus veritas illustrari solet, ad testes traduca est”, cioè essa “è stata trasposta dagli argomenti, dalle congetture, dai segni, da cui la verità è solita essere illustrata, ai testimoni”.

    Dunque da argomenti, vale a dire prove razionali, congetture in senso originario, da “conicere”, mettere, porre dentro, dalle premesse le conclusioni, e segni, vale a dire, dati di fatto, prove obiettive, secondo Quintiliano, differenti dagli argomenti e dalle conclusioni, ovverosia dalle premesse e conclusioni razionali. Le quali cose nel loro complesso costituiscono l’apparato probatorio, che nulla dovrebbe mettere in discussione.

    La povera donna, dunque, e non ne sappiamo il perché, dato che il rispetto per la persona è fondamentale nell’Islam, onde non ci si dà a rendere di pubblico dominio i fatti privati, esponendoli alla curiosità morbosa della gente, contrariamente all’irriverenza del sensazionalismo scandalistico dei mezzi d’informazione occidentali; la povera donna ha comprato un coltello di trenta centimetri, recandosi poi a casa della vittima, con l’intento evidente di pugnalarlo.

    Come? E qui casca l’asino. Già nel Sacro Corano, nella Sura di Giuseppe, la pace su di lui, questi si difende dall’accusa rivoltagli di tentativo di stupro, invitando ad osservare da quale parte era stata strappata la sua tunica. Non era stata strappata sul davanti, dunque egli non aveva tentato di fare violenza alla sua presunta vittima, ma invece alle spalle, il che dimostrava irrefutabilmente che egli stava sfuggendo alle voglie perverse della donna che lo concupiva.

    Nel caso in questione, la vittima è stata accoltellata proprio alle spalle, come alle spalle era stata lacerata la tunica di Giuseppe, la pace su di lui, con un coltello di trenata centimetri, sicuro strumento di morte, più che di difesa. Non è stato colpito al petto, come avverrebbe durante un tentativo d’aggressione. E per lo più è stato colpito mentre stava pregando, forse anche in odio alla religione, in ogni caso approfittando della situazione. È sul suo tappeto di preghiera, che è stato rinvenuto il suo corpo esanime e sanguinante.

    Nello stesso ridicolo fumetto propagandistico diffuso dai soliti controrivoluzionari iraniani, per tentare di approfittare sciacallescamente della ghiotta occasione, la donna intima, all’uomo che le si sarebbe avvicinato minaccioso, “Sta’ lontano, ho con me un coltello”. A che pro si sarebbe recata a casa dell’uomo addirittura con un coltello atto ad uccidere, è un segreto. Oppure si va a casa di uno stupratore, anche solo avendone il sospetto?

    Altra congettura, questa volta negativa. Si va a casa di chi si è certi che non tenterà di usare violenza, dunque senza coltelli, tantomeno di trenta centimetri, vale a dire, come dicevamo, atti ad uccidere, questo è certo. Nulla dunque di quanto si è detto. Se si andrà a casa sua con un coltello siffatto, si avrà tutta l’intenzione di uccidere, come poi in effetti è regolarmente avvenuto. Altra congettura, questa volta positiva, corroborata dai fatti.

    Per gettare altre ombre sulla povera vittima, senza nessun pudore si è sproloquiato, che questa sarebbe stata un agente dei servizi d’informazione iraniana. Ma l’uomo, per confessione degli stessi occidentali, era un medico, dunque non era certo un dipendente dei servizi d’informazione. Fatto sta, che in Iran, vi sono tre gruppi differenti, che si occupano della sicurezza dello stato, vale a dire, i servizi segreti, quelli d’informazione, e le sicurezza propriamente detta.

    Compito dei servizi d’informazione, è di raccogliere notizie sui nemici dello stato e dell’ordine islamico. Qualunque cittadino abbia avuto sentore o certezza di qualsivoglia stortura, può recarsi presso una sede dei servizi suddetti, senza essere una spia od un provocatore, come avviene al contrario qui da noi. La cosa è pubblica, come i manifesti che, nelle strade delle città iraniane, invitano a farlo. E ricordiamoci, per inciso, che l’Iran è stato nel mondo la maggiore vittima di azioni terroristiche, ispirate dalle potenze occidentali.

    I quattro scienziati nucleari iraniani assassinati da agenti dei servizi segreti occidentali e sionisti negli ultimi anni

    Dunque il medico vittima della furia omicida delle donna, potrebbe anche avere avuto contatti saltuari con i gruppo suddetto, senza esserne un agente, per via della sua professione. Non dunque un agente, ultra protetto da un “potere forte”, da vendicare a tutti i costi ai danni della vittima di un tentativo di violenza. In Iran i poteri forti o non esistono, o hanno al di là di torbidi e terrorismo, poche possibilità d’agire, pur con tutta la libertà di cui gode il paese, forse il più libero del mondo, del che noi, che vi viviamo da oltre 12 anni, siamo diretti testimoni, alla faccia delle menzogne propalate in Occidente.

    Da tutto questo dunque, tutta la inconsistenza e contradditorietà dei differenti assunti accampati dai mezzi d’informazione occidentali: in Iran si punisce con la morte una donna che osi difendersi da uno stupratore…, no, è stato invece un mero processo farsa che, ignorando i più elementari diritti della difesa, ha fatto passare l’uomo per vittima di un omicidio premeditato invece di riconoscerlo come colui che aveva tentato di stuprare una donna…; no, si è trattato di vendicare la giusta morte di un agente dei servizi d’informazione.

    Quello che poi risulta dai fatti, è che la povera donna si è rifiutata di riconoscere la sua colpa, il che le avrebbe procurato il perdono dei familiari della vittima. Perché secondo il Sacro Corano, XLII, 40, chi perdona si concilia il favore divino. Ma sempre secondo la stessa legge islamica, neppure Iddio Altissimo, sia magnificato ed esaltato, si arroga i diritti degli uomini, accettando che siano essi stessi a farli valere, oppure a condonarli, questo in tutti i casi.

    Mancato perdono che, ne siamo sicuri, è da addebitarsi alle promesse fallaci ed ingannevoli dei vari gruppi di pressione internazionale i quali, facendo credere alla povera donna che aveva protettori assai potenti, l’hanno convinta che, pur non avendo confessato la sua colpa, non sarebbe stata giustiziata, com’è poi invece avvenuto. Sicché una buona parte della responsabilità della sua morte va certo addebitata a questi mirabili “amici” del genere umano.

    Dulcis in fundo, dopo la morte della sventurata, è stata diffusa una “commovente” letterina, da parte di sedicenti “pacifisti iraniani”, niente poco di meno, certo fautori della pace perenne delle vittime di stragi ed omicidi vari, in quanto rivelatisi legati ad un tristemente famoso gruppuscolo di terroristi sanguinari al soldo dell’Occidente, responsabile confesso d’innumerevoli morti di civili, ed alleato degli aggressori al tempo della guerra imposta.

    Lettera la quale, siccome si è preteso, sarebbe stata scritta in carcere, donde sarebbe stata liberamente diffusa, alla faccia della pretesa mancanza di libertà, un anno prima che la sentenza di morte fosse eseguita, quando la donna aveva ancora la speranza di essere o perdonata, o graziata, in seguito alle pressioni internazionali. Lettera che è invece attribuita, per il suo contenuto, ad una persona che è in procinto di morire, in contrasto con le circostanze sopra asserite.

    Nella quale si ringrazia la madre, peraltro nota attrice, di avere insegnato alla poveretta in questione non si sa bene quali “valori”, sì addirittura, proprio quelli di cui dicevamo poc’anzi; il che ci fa contenti, perché ci rende edotti che le attrici, almeno in Iran, avrebbero come minimo dei “valori”. I quali poi si ridurrebbero alle “unghie lunghe e pitturate”, per le quali la malcapitata sarebbe stata addirittura schiaffeggiata da un poliziotto al momento dell’arresto!

    In primo luogo, queste sono invenzioni, della cui falsità e futilità può ancora rendere testimonianza che scrive queste righe, che ha potuto appurare di persona, anche a questo riguardo, nei più di dodici anni trascorsi in Iran sopra menzionati, che cose siffatte non vi avvengono in nessun modo, a dispetto della petulanza vana e del cicaleccio senza senso della disinformazione occidentale. Semmai il fatto, è che in Iran c’è anche troppa libertà, per i nostri gusti.

    Quanto poi ai valori, che sarebbero, a dire di costoro, da identificarsi con qualche unghia lunga e pitturata, ebbene poveri noi, se questa è la bellezza, e se per di più questa è la libertà rivendicatala questi mirabili esemplari della specie umana; che dimostrano d’averne una concezione inferiore a quella di un verme, che consiste invece nella difesa della sua vita, e non certamente in unghie lunghe e pitturate di rosso, per quel che riguarda sia la libertà, sia la bellezza.

    Siamo assolutamente convinti, che la ridicola lettera sopra menzionata, la quale trasuda da ogni sua riga ignoranza e malafede, non sia da addebitarsi alla sventurata in questione, ma che anzi getti vigliaccamente disdoro su chi non può più difendersi. Sui cui peccati invochiamo la misericordia ed il perdono divino, nella speranza che possa salvare l’altra vita, quella che più conta, dato che non ha saputo e voluto salvare la vita di questo nostro basso mondo.

    Dicevamo peraltro che v’è un aspetto ulteriore, assai più vasto e profondo, di questa medesima questione. Se l’ennesima campagna di disinformazione occidentale pretendeva, peraltro contraddittoriamente, siccome avevamo osservato, che da un lato nell’Iran islamico si condannerebbe una donna che si difende da uno stupro, e che d’altra parte vi si svolgerebbero, per ignoranza e malvagità, “processi farsa”, dall’altro canto la vicenda veniva assunta a solito pretesto per l’oramai diuturna campagna occidentale contro la pena di morte.

    E qui non vorremmo essere fraintesi. Non è che noi si sia incondizionatamente favorevoli alla pena di morte. Tutt’altro. La sua abrogazione sarebbe auspicabile in paesi come gli Stati Uniti, essendovi comminata, per il tramite di giudici pazzi o ignoranti, eletti pretestuosamente dal popolo, in realtà dalle mafie e corruttele locali, da “giurie popolari” scevre di ogni qualificazione e di ogni competenza giuridica, anche le più elementari.

    Essendovi peraltro adoperata come strumento di pressione pubblica e sociale nei confronti delle classi più povere, in un paese che ha le galere più affollate del mondo, di chi, non avendo le tasche piene dei denari necessari per difendersi, incappa il più delle volte nelle punizioni più assurde, del tutto prive di ogni giustificazione giuridica, quando non finisce negli orrori inenarrabili della sedia elettrica o della camera a gas, strumenti di tortura, più che di morte.

    Procedure studiate, più che per uccidere, per far soffrire quanto più possibile i malcapitati, sottoposti ai tormenti più barbari, dalla morte lenta causata dai veleni chimici che devastano i membri interni del corpo, oppure bruciati vivi, non arsi, da una serie successiva di potenti scariche elettriche, le quali non offrono, come avveniva invece nei vecchi roghi, la possibilità di una morte previa per soffocamento, che evitava tutte le sofferenze dell’arsione.

    Oppure nel caso degli orrori innominabili dell’Arabia Saudita, dove corti inautenticamente “islamiche”, prive di ogni competenza giuridica, del tutto asservite al potere oppressivo, condannano i malcapitati, spesso per ragioni di mera conservazione del potere della famigerata famiglia Saud, padrona assoluta del paese, per vassallaggio nei confronti di americani ed inglesi. Com’è stato ultimamente per lo Shaykh Nimr, nella sua qualità di Guida religiosa ed oppositore del regime, senza che nessuno in Occidente si azzardasse a proferire la minima protesta.

    Ribadendo la completa ignoranza, da parte wahabita, saudita, e salafita, delle procedure islamiche, in particolare di quelle della condanna a morte, le quali richiedono tutta una serie di condizioni, che le rendono difficilmente applicabili, come abbiamo già visto per la lapidazione, o com’è anche per il taglio della mano ai danni del ladro, condizioni che questi ignoranti per partito preso e colpevoli si permettono affatto disinvoltamente di tenere in non cale.

    Fatto sta che la Legge rivelata, che tutte le Leggi rivelate, prevedono la pena di morte, così come l’accettavano Platone e San Tommaso d’Aquino, e gli altri grandi della Tradizione, checché ne pensi il povero, sedicente Papa Francesco. Lo stesso Gesù ebbe a dire, la pace su di lui, che era venuto per completare, e non per togliere, e che neppure uno iota, nella versione greca dell’Evangelo, della legge mosaica sarebbe stato abrogato sino al Giorno del Giudizio.

    E la Legge di Mosè, la pace su di lui, prevede in più casi la pena di morte, come per l’adulterio, la violazione del Sabato, e l’associazione di simulacri in divinis, la cosiddetta “idolatria”. Tutto a dispetto di tutti i furori sentimentali ed umanitari dei neocattolici, che se la vanno, a questo medesimo riguardo, a braccetto con massoni ed illuministi, accettando in generale quel modernismo, i cui errori erano già stati condannati nel Sillabo di Pio IX, definito in seguito da San Pio X siccome “la summa di tutte le eresie”.

    Questo sino al famoso discorso inaugurale del Concilio Vaticano II, nel quale Giovanni XXIII se la prendeva con i cosiddetti “Profeti di sventura”, dato che si sarebbe trattato, a suo modo di vedere, di capire la modernità, e non di condannarla, riabilitando dunque disinvoltamente il modernismo, ossia l’accordo con la modernità stessa. Come se chi l’aveva condannata in precedenza, non l’avesse capita assai meglio di chi l’accettava, e l’accetta tuttora senza ragione.

    Ora a proposito della pena di morte, se ne sono dette davvero tante: essa pena potrebbe essere conseguenza di errori, il colpevole andrebbe rieducato e non punito, non si eliminerebbe un male aggiungendogli un altro male, e via dicendo. Cercheremo, prima di rispondere a simili obiezioni, di capire qual è il senso profondo della lotta contro la pena di morte. Fatto sta, che i fautori di quest’abrogazione non si ripropongono in realtà di abrogare un bel niente.

    Anzi, costoro si adoperano al contrario per generalizzarla, nel senso che essere o giusti, oppure solamente innocenti sarebbe in definitiva a loro avviso, quantunque non abbiano certo il coraggio di confessarlo apertamente un delitto gravissimo ed imperdonabile, da punirsi severamente, con la morte, ma al di fuori di ogni qualsivoglia garanzia e struttura giuridica. E non ci riferiamo qui solamente alla giustizia nel suo aspetto meramente penale, ma invece ad ogni qualsivoglia sorta di giustizia autentica, nel senso di debito esistenziale.

    Non facciamoci ingannare, diceva in un suo recente discorso la Guida del Musulmani Ayatullah Khameneī, che Iddio Altissimo lo conservi, e sprofondi i suoi nemici, dal sorriso simulatore, che fiorisce sulla bocca dei nemici dell’uomo; cerchiamo sempre di ricordarci chi sono in realtà costoro, e che cosa hanno l’ardire di fare, comportandoci di conseguenza. Ed è questo un principio fondamentale, il quale deve indurci in ogni caso a riflettere su certi intenti.

    Avevamo, in un nostro precedente scritto, trattato della questione degli odierni sacrifici umani, riferendoci alle stragi compiute specialmente tramite bombardamenti aerei su popolazioni civili inermi, per lo più donne e bambini, adoperandoci per individuarne il significato, alla luce dei principi primi. Ora, lo stesso motivo che si proponeva per quelle stragi, si ripropone surrettiziamente anche per gli sforzi di pretesa abolizione della pena di morte.

    Si tratta, in effetti, di tutt’altro che di un’abrogazione, quanto piuttosto di un suo ampliamento e di una sua generalizzazione. Eliminando la pena di morte nei confronti di chi è colpevole, se ne autorizza almeno implicitamente l’esecuzione ai danni di chi è innocente, in quanto sua ampliamento, siccome appunto dicevamo. Ed è proprio questo il bandolo della matassa, la strage degli innocenti, ben più ampia di quella della quale si rese responsabile Erode.

    Chi è colpevole di avere ucciso uno o più innocenti, com’è ad esempio il caso per i criminali di guerra, quando siano americani, inglesi, e sionisti, o per i trafficanti di droga, vale a dire, mercanti di morte, non si vedrebbe così più punito; col che ci riferiamo anche al fatto, che la sua pena viene man mano ridotta, perché adesso è la volta dell’abolizione dell’ergastolo, “pena di morte occulta”, secondo gli sproloqui del povero Papa Francesco, che guarda caso, se ne va a braccetto con americani, sionisti, atei, abortisti, e via dicendo.

    Non soltanto, ma anche, e soprattutto, si tratta di eliminare quell’aspetto punitivo che è uno dei fondamenti di ogni giurisprudenza, per sostituirla dapprima con un’improbabile rieducazione e riabilitazione, alla quale verrà presto sostituito, ne siamo convinti, con scuse ed arzigogoli vari, addirittura il premio. Trattandosi o di vittime sociali, o del loro temperamento naturale, oppure persino di vasi maggiori della misericordia divina, cui va tributato un riconoscimento.

    Già in certi contorcimenti sentimentali ci si viene a dire, che chi delinque è più bisognoso di comprensione e misericordia, indipendentemente dalla suo resipiscenza, almeno in un primo momento, ne siamo convinti, in attesa di quando la clemenza verrà sostituita dal premio. Ci riferiamo qui in particolare al caso eminente dell’omicidio. Premio dunque per che cosa? Per avere ucciso uno, o più, innocenti, pericolosi per un “amore universale”, che non tollera nessuna eminenza.

    Quindi non abbiamo qui più come un vaso vuoto, che sia in attesa d’essere riempito di misericordia e di clemenza, ma abbiamo addirittura un vaso pieno, non più di nequizia, ma invece di virtù e di premio. È la vecchia leggenda di Santa Nafissa, protettrice delle prostitute nelle commedie di Pietro Aretino, giovane bellissima, tanto ardente d’amore per il prossimo, che a tutti si concedeva. Questi essendo ancor peggiori, perché si concedono non a tutti, ma solamente ai più laidi. Dicevamo vasi pieni di virtù. Agli occhi di chi?

    Avevamo già visto in precedenza, com’è che il sacrificio umano, tenuto conto della struttura e dell’ordine dei livelli molteplici dell’essere, abbia il fine di saziare la sete d’esistenza dei gradi larvali inferiori al nostro, evocandoveli tanto da consentire loro d’emergervi, onde possano giungere alla fine ad assidersi, almeno in questa sede, se non in quelle superiori inattingibili, sul Trono dell’attività divina: perché il Suo Soglio comprende il cielo e la terra, come recita il Sacro Corano, senza che Lo stanchi la loro salvaguardia (II, 255).

    Dicevamo anche, che il sacrificio umano, avendo per suo strumento sia lo spargimento di sangue sia le arsioni, com’è nei bombardamenti americani, sionisti, ed inglesi, con cui o s’apprende alle forze vitali di cui il sangue è veicolo, o con un annientamento totale, il celebre “olocausto”, il quale consenta di assumere per sé il posto dell’esistenza degli arsi, illudendosi di avere tolto di mezzo quello che invece permane ai livelli superiori dell’essere; dicevamo che il sacrificio umano ha di mira specialmente donne, i bambini, ed anche i vecchi.

    Vale a dire, che una strage siffatta mira a cogliere il fiore stesso della vita, nella sua schiettezza, laddove i vecchi per parte loro oppongono, a differenza della durezza degli adulti, ed in particolare a differenza dei combattenti, peraltro più difficili a colpirsi, una minore resistenza, come anche peraltro le donne ed i bambini, onde vengono annessi anch’essi al novero delle vittime preferite. Donne, vecchi, e bambini, dunque, alla spalle dei combattenti, oppure degli adulti nelle fabbriche e nei campi, anch’essi assai più difficili a colpirsi.

    Nel nostro caso, arriviamo alla generalizzazione, vale a dire, alla strage degli innocenti, e del loro fiore, che sono i giusti. Dall’altra parte, il sacrificio dell’innocente e del giusto è uno dei motivi dominanti di quel giudaismo tralignato, che oggi va tanto per la maggiore. Sia nell’Evangelo, che nel Corano, sia fa menzione ripetutamente dell’uccisione da parte ebraica dei Nunzi divini, la pace su di loro, senza nessun diritto, aggiunge il Sacro Corano. Trattandosi di una morte contraria alla legge di natura, così come a quella rivelata, che è il medesimo, in quanto sua iterazione ed esplicitazione. Omicidio saltuario in passato, che tende oggi a diventare generale.

    Essendosi siffatto agire purtroppo esteso assai oltre i confini del giudaismo, persino in certe forme tralignate dell’Islam, che ne sono peraltro la negazione e formale e sostanziale, ed ancor più nel Cristianesimo, specialmente nel protestantesimo calvinista; dov’è che, sul fondamento della predestinazione, indipendentemente dalle opere, il giusto, predestinato alla dannazione perenne, non viene considerato altro che esca per il fuoco infernale.

    Andando peraltro reputato siccome vittima e preda predestinata agli occhi di quanti si pretendano giustificati, salvi dalla collera divina. Con esiti significativamente simili a quelli dell’Asharismo, con un’assolutizzazione della volontà divina, che diventa anche arbitrio ai danni dei giusti. Tanto che lo stesso Gesù, la pace su di lui, diviene vittima innocente da immolare sulla croce, o addirittura da mangiare, e di cui bere il sangue, nel “sacramento” del pane e del vino.

    Con una significativa coincidenza con la precedente concezione ebraica del sacrificio del giusto, che peraltro viene sacrificato a Sé stesso, vale a dire, al Padre, nell’identità di natura sottesa alle “relazioni d’origine” trinitarie, che non avrebbe di meglio da fare per mostrare all’uomo la sua estrema misericordia; col che non si capisce perché non abbia sacrificato sé stesso ampliandola, se gli è superiore, com’è nella concezione di Fozio della “monarchia del padre”, mentre se invece gli è uguale, manca del tutto la ragione sufficiente della scelta, non essendo essa maggiore per l’uno che per l’altro dei due casi.

    Essendosi poi il Figlio assunto i peccati degli uomini, il che non ha nulla a che vedere con quanto, contrariamente allo strafalcione assurdo propalato nell’ultimo catechismo modernista della chiesa neocattolica, gli uomini compiono in virtù del loro libero arbitrio, che sarebbe così la causa efficiente della sua morte. Con un esito simile all’imputazione ai discendenti di Adamo, la pace su di lui, del cosiddetto “peccato originale”, principio peraltro rifiutato da talune correnti del cristianesimo orientale, come i palamiti.

    Per la qual cosa gli ebrei, ma notare bene, soltanto loro, si vedrebbero assolti dall’accusa di deicidio, che andrebbe addebitato agli altri uomini, assurgendo al rango di “fratelli maggiori”, ed addirittura di “radici”, come se non fossero invece uno dei rami della Rivelazione Abramica, senza nessuna preminenza. Dato che l’accusa di deicidio è di natura giuridica, e non effettuale, avendo in considerazione l’accettazione della pretesa legittimità, e non l’efficienza del fatto stesso materiale, della morte di Gesù, la pace su di lui.

    Ritorniamo dunque all’innocente, e nella fattispecie, al giusto. Se il sacrificio in generale ha l’intento di soddisfare la sete di esistenza degli strati inferiori dell’essere, nel caso dell’uccisione dell’innocente, ed ancor più del giusto interviene una pretesa ancor più alta, ovverosia il tentativo velleitario ed inconcludente di sollevarsi per suo tramite ai livelli superiori dell’essere, per tentare di assurgere a quel contatto con l’Essenza Divina, Luce su luce, come recita il Sacro Corano, di cui i suoi Intimi sono i depositari, senza nessun tramite creato.

    Dunque uccidere l’innocente ed il giusto, ha il senso di tentare di sollevare le potenze stesse dell’Inferno nell’essere, vale a dire, in quello superiore, eminentemente inclusivo delle esistenze inferiori, per assicurarsi mano a mano, con questa presunta ascesa, i vari livelli dell’essere stesso, dell’essenzialità esistenziale e del dominio su quelli inferiori, Questo è, a nostro modesto avviso, il senso profondo della pretesa abolizione della pena di morte, così come della sua stessa generalizzazione ai danni degli innocenti.

    Non sembri che ci siamo spinti sin troppo lontano con tutto questo, al di là dalle solite obiezioni. L’abolizione della pena di morte, vale a dire, della morte di chi ha agito contro il giusto e l’innocente, ha il senso della legittimazione dell’omicidio dell’innocente stesso, per i fini suddetti. Si potrebbe obiettare che non sempre si uccide un innocente. Ma non facciamoci ingannare dai cavilli di Lucifero. Non è l’eccezione che qui c’interessa, ma quel che è per lo più, oppure, se così non fosse, quello che ha più importanza.

    Questa legittimazione non concerne peraltro solamente l’omicidio, ma va di pari passo con tutti quanti gli atti più osceni, ripugnanti, e riprovevoli, quali quello dell’invertito sessuale, quali il libertinaggio, l’adulterio, con la conseguente condizione di bastardo di chi, essendo nato dal peccato, si vede inquinate e menomate le potenze animiche e corporee, come risultato della violazione delle più elementari leggi di natura. Per non dire di tutte le restanti colpe umane.

    Non essendo certo le leggi dell’unione tra uomo e donna d’indole meramente cartacea, come si è talora preteso ma concernendo il riconoscimento esistenziale trascendente, e se non altro, almeno pubblico e sociale, dell’atto del coito, che ne costituisce la parte meramente corporea, la cui mancata qualificazione conduce alle peggiori conseguenze anche nell’ordine materiale, come di un qualcosa che abbia un potere dissolutivo nei suoi stessi confronti, e non solo per quello che riguarda le potenze animiche sottili.

    Passando poi alle tre precedenti obiezioni contro la pena di morte, quanto alla pretesa che essa aggiungerebbe solo male a male, propalata da taluni sacerdoti neocattolici, ebbene, questo non è certo il caso di due realtà, o meglio, di due eventi giustapposti, ma invece di un atto che, agendo su di un atto difettivo e su di un ente difettivo mercé di quell’atto, dato che il male sia difetto d’esistenza, lo toglie di mezzo, nella sua stessa mancanza, e nient’altro, essendo questo il principio della “negazione della negazione”, che costoro ignorano.

    San Tommaso d’Aquino osservava già ai suoi tempi, contro obiezioni consimili, che chi compie certi atti, si riduce peggio delle bestie, e come tale va trattato. Tenendo conto del fatto che, per la natura resa difettiva anche sostanzialmente a causa dei suoi atti perversi, l’unica possibilità d’emendamento è d’annullarsi, per ricrearsi ad un altro livello, in un altro mondo, senza precipitare nella trappola perenne che gli spetterebbe come conseguenza del suo difetto, sostanzializzato che sia irreversibilmente, annullando l’intelletto produttivo dell’ascesa, la qual cosa dipende peraltro dalla sua stessa volontà.

    Avendo già Platone osservato nel Gorgia, per bocca di Socrate, che chi delinque, se avesse una conoscenza profonda del suo agire, si presenterebbe dal Giudice pregandolo di essere severamente punito. È questa la “scienza della certezza” di cui il Sacro Corano, con il suo strumento, l’“occhio della certezza”, oppure, secondo un’altra interpretazione, “la certezza stessa”, conoscenza che ci farebbe vedere presenzialmente il fuoco stesso dell’Inferno. Valendo queste considerazioni contro la pretesa di rieducare, invece di punire.

    Quanto poi alla funzione esemplare della pena di morte, ebbene gli asserti “scientifici”, in senso affatto moderno, di taluni fautori dei “diritti dell’uomo”, fondati sui pretesi risultati incensurabili della moderna “criminologia”, per cui le condanne a morte non limiterebbero il diffondersi della delinquenza; tali asserti non vanno presi in nessuna considerazione, alla luce del punto di vista superiore, “per causas altissimas”, dal quale noi abbiamo invece considerato quest’argomento, che nulla ha a che vedere con l’esempio.

    Tenendo conto del fatto, che l’interpretazione dei dati, accessibili solamente agli addetti, vale a dire, a quanti vi siano adibiti dai poteri forti ed occulti, è per lo più arbitraria, facendosi valere per “scientifica”, a prescindere dal giudizio di valore su questo aggettivo, agli occhi degli ingenui, che di conseguenza l’accettano passivamente, senza sottoporla all’esame dell’intelligenza; non significando peraltro la massa dei dati, presa che sia di per sé stessa, un bel nulla, contro tutte le pretese “scientifiche”, o meglio, scientiste di costoro.

    Dato che il principio d’induzione, vale a dire, la generalizzazione dei particolari, è un errore ingenuo di Aristotele, messo da lui a fondamento di una delle forme del sillogismo, contro quello che era stato il magistero del suo sommo Maestro Platone. Errore ripreso da Kant, ed ancor più dalla scienza moderna: ma riprovato dall’Imam Şādiq, la pace su di lui, alla sua radice, in quanto errore d’assimilazione tra due particolari qualsivoglia. Perché l’unità non può essere data se non nella trascendenza, e giammai nell’immanenza.

    In ogni caso, chi non ha altra via, almeno tema di essere punito: “timor Domini iniitium sapientiae”, “il timore del Signore è l’inizio della sapienza”, recita la Bibbia ebraica e cristiana, il che vale anche per la Sua Legge; ed “il credente ed il corrotto non sono affatto uguali”, come recita il Sacro Corano (XXXII, 18) e come ci dice l‘Imam Alì, la pace su di lui, nella celebre invocazione di Kumayl. Ed innegabilmente questo timore, o del fuoco dell’inferno, od anche delle pene umane, dovrà pur sempre avere, per la sua stessa natura deterrente, effetti inevitabili sugli uomini.

    Resta l’ultima trincea di queste obiezioni, quella dell’errore umano, vale a dire, che l’applicazione della legge, sarebbe soggetta ad errori. Ora la Legge islamica, quella autentica, nulla ha che vedere con la barbarie americana, con i suoi giudici pazzi, ignoranti, in mala fede, della qual cosa sono innumerevoli le vicende a conferma. Il margine d’errore è nel nostro caso molto ristretto, ond’è che, dato che sia, non si capisce per nulla perché si dovrebbe sostituire la certezza del diritto con la barbarie e gli orrori della sua assenza.

    Tenendo anche conto del fatto che, applicata che sia dall’Uomo perfetto, vale a dire, dal Nunzio divino e dai suoi degni eredi e legittimi successori, la Legge d’Iddio Altissimo, sia magnificato ed esaltato, non ammette nessun errore; considerando anche la circostanza che Egli, nel tempo dell’occultamento dell’ultimo di questi eredi, concede pur sempre il Suo stesso ausilio all’uomo a ciò adibito, andando questi scelto con cura quanto all’ufficio di giudicare, onde abbia a ritenersi obbligato alla sua funzione, pur con il timore di sbagliare.

    In ogni caso, un errore, quantunque deprecabile, nel caso in cui portasse all’abrogazione di fatto della Legge Divina, o di una sua parte, ne comporterebbe l’eliminazione, in tutto od in parte, degli incomparabili benefici. Non essendo questa solamente una questione di quantità, ma piuttosto di qualità, nel senso del contenuto esistenziale. Reputiamo dunque sia irrefutabile, che anche quest’ultima obiezione, così come le due precedenti, sia del tutto futile ed inconsistente, alla luce del vaglio dell’intelligenza.

    Noi reputiamo dunque, che tentativi quali quello da noi denunziato all’inizio di queste nostre righe di scrittura, di infamare la Legge Islamica, Legge inclusiva e vigente a pieno titolo, infangando paesi come l’Iran, che si adoperano, sia pure tra tanti impedimenti, per applicarla, e più in generale, di eliminare la stessa pena di morte, specie quando essa sia legittimamente irrogata, con la concomitante abolizione dell’aspetto penale della legge stessa, il che condurrebbe alla fine della legge e della giustizia; noi reputiamo che tentativi siffatti siano assolutamente e da condannarsi e da combattersi.

    Avendo questi stessi tentativi la loro radice più profonda in quell’intento folle, velleitario, ed illusorio di sovvertire l’ordine dei gradi dell’essere, opponendosi dunque a Iddio stesso, ne sia esaltato l’Essere, da parte di chi ne ignora del tutto colpevolmente, almeno a posteriori, l’Essenza, vale a dire, tutto quello che Ne consegue al nostro livello d’esistenza. Il tutto avendo la sua scaturigine in quell’intelligenza inautentica, che sembra, ma non è tale, come disse l’Imam Şādiq, la pace su di lui, e tenta d’imporsi al nostro mondo.

    Tutto questo, nel tentativo, propiziato dall’inversione del sacrificio, di fare scaturire dal precipizio della loro voragine quelle potenze infernali che rovineranno nella loro inconsistenza esistenziale, dando luogo alla manifestazione finale, del Vicario dell’Essere Stesso, con cui si concluderà il presente circolo dell’esistenza. Perché, come recita l’Evangelo, “portae inferi non praevalebunt”, “le porte dell’inferno non prevarranno”, in quanto che “al ĥukmu li-l-Lah”, “la Signoria spetta a Iddio”, siccome recita il Sacro Corano.

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