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    Il concetto di martirio nell’Islam

    • Seyyed Saeed Akhtar Rizvi
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    Il concetto di martirio nell’Islam
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    Seyyed Saeed Akhtar Rizvi

    Lezione tenuta nell’Husayn Day, a New York, il 25 Ottobre 1987

    Iddio dice nel Corano:

    “Non considerare morti quelli che sono stati uccisi sul sentiero di Dio. Sono vivi invece e ben provvisti dal loro Signore, lieti di quello che Iddio, per Sua grazia, concede. E a quelli che sono rimasti dietro loro, danno la lieta novella: “Nessun timore, non ci sarà afflizione”. Annunciano la novella del beneficio di Dio e della grazia e che Iddio non lascia andar perduto il compenso dei credenti.” (Sura al-Imran, 169-171)

    Questi tre versetti dimostrano che i martiri non vengono vinti dalla morte. Nel momento in cui un credente è ucciso sulla Via di Dio, inizia la sua vita eterna; una vita in cui trae sostentamento da Dio. Egli gioisce per sé stesso e spera che anche coloro che ha lasciato indietro possano ricevere l’onore del martirio, così da poter raggiungere questa perenne, eterna vita come lui.

    Perché Iddio ha elargito questo speciale favore ai martiri?

    Il valore e merito di un sacrificio dipende interamente dal valore dell’obiettivo per il quale esso è stato offerto. Molte persone sacrificano le loro vite per la ricchezza. Ma si tratta di sprecare la vita e nient’altro. Come può una vita essere immortale, se era sufficientemente indegna da essere sacrificata per alcune pietre o minerali? Non importa quanto preziosi siano oro e diamanti: sono senza vita. Questi tesori non hanno vita, come possono rendere una vita immortale?

    Potere politico? Prestigio? Fama? Popolarità? Niente di ciò possiede alcuna esistenza indipendente. Si tratta di cose immaginarie. Come viene detto “la bellezza è negli occhi dello spettatore”. Similmente queste immagini immaginarie esistono soltanto nella mente delle persone, sono soltanto immagini transitorie. Prima ci sono; poi non ci sono più. Una vita sacrificata sul loro altare sparirà proprio come un’ombra passeggera.

    Coloro che hanno una fede superficiale nel Creatore non possono comprendere mai il mistero del martirio. Rimangono perplessi sul perché i Musulmani, i veri credenti, appaiono desiderosi di morire sulla via di Dio. Essi li chiamano “battaglioni suicidi” (1). Ma non si tratta di suicidio. Il suicidio è un concetto antitetico alla vita, mentre il martirio ne rappresenta la continuazione.

    Nell’Islam anche una morte ordinaria non rappresenta la fine della vita; essa è il passaggio da questo mondo all’altro. Quanto bella o brutta sarà questa [nuova] vita, dipende dalla propria fede e azioni. Ma il martirio rimuove questa incertezza, questa suspense. Esso conferisce immediatamente al martire la gioia, la beatitudine eterna e una vita immortale presso Iddio.

    Questa è quindi la realtà che il Corano ci ha insegnato: che se saremo uccisi sulla via di Dio, continueremo le nostre vite nell’altro mondo con vero onore e reale prestigio. Non solo questo: dobbiamo sacrificare una vita transitoria di alcuni anni, ma Dio ci ricompenserà con una vita eterna e infinita alla Sua presenza. Questo perché Iddio, l’Eterno, è il Creatore della vita, e quando una vita è sacrificata per compiacerLo, Egli nella Sua misericordia dona prestigiosa immortalità a questa vita. Shahadat o martirio significa testimoniare. Un martire testimonia con il suo sangue la gloria di Dio; il suo sangue indelebile diventa una prova permanente dell’Unità di Dio, della Sua potenza e della Sua maestosità. Iddio come ricompensa lo rende immortale. La fiamma della vita non si estingue mai; la morte non può conquistare la sua anima.

    Iddio ha detto nel Corano: “Iddio ha comprato dai credenti le loro persone e i loro beni [dando] in cambio il Giardino”. (9:111)

    Troviamo qui un ‘accordo commerciale’ realizzato tra Dio e i credenti. In ogni transazione commerciale sono presenti quattro elementi: un venditore, un acquirente, una merce ed un prezzo. Anche in questo accordo tutti i fattori sono chiaramente menzionati: i credenti sono i venditori; Iddio è il loro acquirente, che ha ‘acquistato’ da essi le loro vite e proprietà, e ha offerto il Giardino come prezzo.

    Non bisogna dimenticare che, nella realtà, ogni cosa – inclusi i credenti, le loro vite e i loro beni – appartengono a Iddio. Comunque Egli, nella Sua misericordia e grazia, ‘acquista’ le Sue stesse “proprietà” dai credenti – che essi hanno ricevuto da Iddio Stesso, originariamente. Quindi Egli compra ciò che di fatto già Gli appartiene, e poi offre un prezzo eterno per esso, e questo è il Giardino.

    Le norme islamiche, fatte discendere da Dio, riconoscono tre modalità di accordo commerciale:

    – Laddove, a conclusione del contratto, le merci vengono consegnate all’acquirente e il prezzo pagato al venditore – tutto nella stessa seduta;

    – Laddove le merci vengono consegnate in questa seduta ma il pagamento del prezzo è posticipato ad una data convenuta;

    – Laddove il prezzo viene pagato in questa seduta ma la consegna delle merci avviene in una data successiva stabilita.

    L’Islam riconosce tutti questi tre tipi di transizione come validi e vincolanti.

    Ma se né i beni vengono consegnati né il prezzo pagato, allora simile accordo nella giurisprudenza islamica non viene considerato valido.

    Diamo ora uno sguardo a questo accordo dei credenti in simile contesto. Sappiamo che non abbiamo ancora ricevuto il prezzo, vale a dire il Giardino. Ora, se un credente non consegna la propria vita e proprietà immediatamente a Dio, questo accordo non sarà vincolante. In altre parole, non avremo alcuna pretesa sul prezzo, nel Giorno del Giudizio. Ma qui sorge una grande questione: come possiamo consegnare le nostre vite e proprietà a Dio?

    La risposta: possiamo facilmente fare ciò cambiando il loro rango. Lasciatemi fornire un altro esempio dalla Legge Islamica. Supponiamo che un credente doni la sua proprietà come donazione (waqf) sulla Via di Dio, e designi sé stesso come suo primo fiduciario (mutawalli). Continuerà ora a gestire e amministrare questa proprietà come faceva prima, ma con una differenza: precedentemente l’amministrava come proprietario; adesso deve farlo quale proprietà di Dio. Precedentemente era lui il proprietario; adesso egli è considerato un mero agente del proprietario – agente di Dio.

    Allo stesso modo, dobbiamo consegnare immediatamente le nostre vite e proprietà a Dio, anche se continueremo a prenderci cura di esse in quanto agenti di Dio. E ogni qualvolta il Proprietario, vale a dire Iddio, ci dice di restituirGli le proprietà che Gli appartengono, per utilizzare le nostre vite e proprietà (che adesso appartengono a Lui) nel Suo sentiero, dovremmo sacrificare volentieri tutto ciò che è nelle nostre mani.

    Dopo tutto non si tratta della nostra vita, essa appartiene a Dio; non è la nostra ricchezza, la stiamo amministrando in quanto agenti di Dio; la nostra famiglia, i nostri figli, il nostro onore, la nostra autorità – nulla ci appartiene, abbiamo venduto ogni cosa a Dio, e quando Egli, in quanto legittimo Proprietario, decide qualcosa rispetto alla Sua proprietà, noi in quanto Suoi agenti non abbiamo diritto di brontolare. Quando giunge la chiamata di restituire le nostre vite a Dio, di sacrificare le nostre famiglie e figli sulla Via di Dio, dovremmo essere lieti di restituire tutto a Lui; dovremmo anzi ringraziarLo per averci tolto la responsabilità di gestire le proprietà affidateci.

    Quindi un credente sa che non ha voce sulla sua vita o la sua morte. La sua stessa anima non gli appartiene, e mantiene la guida coranica davanti ai suoi occhi: “Di’: “In verità la mia orazione e il mio rito, la mia vita e la mia morte appartengono a Dio Signore dei mondi.” (6:162)

    Lasciateci guardare alla vita e martirio dell’Imam Husayn se vogliamo trovare l’esempio più brillante e perfetto di questo versetto. Un gran numero di musulmani in tutto il mondo ha commemorato recentemente la tragedia di Karbala nella quale l’Imam Husayn (pace su di lui) sacrificò la sua vita 1347 anni fa (questo discorso è stato tenuto nel 1987, n.d.t.) per salvare l’Islam dallo strangolamento da parte di Yazid. Quando egli rifiutò di prestare alleanza a Yazid, conosceva molto bene quello che avrebbe dovuto patire. Ma egli non inseguiva il potere mondano o il guadagno materiale che poteva abbandonare di fronte al pericolo. Egli ricercava il compiacimento di Dio, una realtà che non può essere abbandonata, qualunque cosa accada. Egli seguiva la politica dell’Islam e del Corano, e lo rese perfettamente chiaro in quello che scrisse al momento della sua partenza da Medina. Egli scrisse:

    “Non lascio Medina per arroganza o vanità. La lascio per poter riformare la Comunità di mio nonno, per ordinare il bene e vietare il male, e ristabilire la Sunnah (Tradizione) di mio nonno, il Messaggero di Allah, e di mio padre, il Comandante dei Credenti.”

    Questo spiega in prosa quello che l’Imam Husayn dichiarò spesso in un poema mentre si recava in Iraq. Egli venne ascoltato frequentemente citare questi due passi:

    Se la Religione di Muhammad non può essere preservata

    se non con il sacrificio della mia testa, allora, o spade, venite e prendetela!

    Per salvare la religione di Muhammad, l’Imam Husayn offrì non una, ma almeno settantadue teste. A lui, ai suoi figli e ai suoi compagni venne negata l’acqua per tre giorni; i suoi compagni, parenti e bambini vennero uccisi; anche il suo infante di sei mesi, ‘Ali Asghar, venne colpito da una freccia a tre punte. Quando l’Imam Husayn venne martirizzato, le donne della Famiglia del Profeta vennero imprigionate e condotte alla corte di Ibn Ziyad e Yazid a Kufa e Damasco. Ma la loro determinazione e ferma risoluzione, al pari di quella dell’Imam Husayn, non vacillarono mai.

    E chi può immaginare la determinazione, l’amore e la gioia che l’Imam Husayn (la pace sia su di lui) ebbe e provò per l’Islam, per la Causa di Dio. Il 10 di Muharram, quando ogni momento che trascorreva portava una nuova difficoltà a lui ed alla sua piccola carovana, il volto dell’Imam irradiava sempre di più felicità e tranquillità. Su questo amore prestigioso per Dio che portò l’Imam Husayn a dire all’Altissimo negli ultimi momenti della sua vita terrena:

    O Dio! Ho lasciato totalmente questo mondo per amore Tuo, ho reso orfani i miei figli per vederTi

    Anche se Tu mi fai a pezzi sulla via dell’Amore, il mio cuore non tenderà ad altri che Te

    In questo modo egli ci ha mostrato come un uomo deve vivere e come deve morire per Dio. Il suo sacrificio supremo ci ha insegnato come possiamo trasformare la morte in vita eterna.

    NOTE

    1) L’autore fa riferimento ai reparti speciali di Hezbollah del Libano che soprattutto negli anni ’80 e nei primi anni ’90 realizzarono diverse operazioni di “istishadi” (martirio cercato), seminando il panico e il terrore tra gli occupanti sionisti.

    Secondo l’Islam il martirio è uno dei gradi più elevati dell’esistenza e il sacro Corano afferma che non si tratta di morte ma di vera vita. Per quanto concerne le operazioni di ‘martirio cercato’, ossia quando la persona sacrifica volontariamente la sua stessa vita per poter sopraffare i nemici di Dio, esse vengono sancite dal diritto islamico quali forme legittime di resistenza e di jihad. Tra le differenti norme da rispettare, vi è la condizione che gli obiettivi di queste operazioni siano militari e non civili o persone innocenti. Da qui risulta chiaro che le azioni indiscriminate contro luoghi religiosi, non combattenti, donne e bambini che negli ultimi anni sono state realizzate da gruppi apparentemente islamici ma dalle dubbie origini, non sono un esempio di jihad o di martirio ma un’inversione di simili nobili concetti, oltre che un’orrenda manifestazione di odio e vendetta indiscriminata che nulla hanno che vedere con l’etica e la condotta propri del combattente musulmano. (n.d.t.)

    Traduzione a cura di Islamshia.org © E’ autorizzata la riproduzione citando la fonte