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    Intervista a Roberto (Ruhollah) Arcadi

    • Roberto Arcadi
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    Intervista a Roberto (Ruhollah) Arcadi
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    (Traduzione dell’intervista rilasciata da Roberto (Ruhollah) Arcadi alla rivista di filosofia “Kherad Nameh”, dipendente dal quotidiano iraniano Hamshahrī)

    Nativo di Lecce, ha compiuto gli studi classici presso il Liceo Ginnasio Giosuè Carducci di Milano, conseguendo in seguito la laurea in ingegneria nucleare, indirizzo elettronico, presso il locale Politecnico. Ha quindi seguito per un certo tempo lezioni di filosofia e lettere presso la locale Università Statale, ma senza conseguirvi nessun titolo.

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    Per quale ragione, dopo gli studi d’ingegneria, ella ha deciso di dedicarsi in seguito con grande serietà a quelli filosofici, tanto che hanno finito con l’assumere, nella sua vita successiva, un ruolo primario?

    Sono sempre stato molto legato, sino dal tempo degli studi liceali, alla filosofia, tanto che, dopo avere completato il corso dei miei studi scientifici, mi sono dedicato di nuovo con ardore a quella disciplina, ricominciando con la lettura diretta di autori antichi e moderni. Il fatto è che ero alla ricerca di qualcosa come di perduto, certo irreperibile nelle discipline scientifiche, tanto che anche queste furono occasione della mia ulteriore ricerca. Va osservato peraltro che mi ero accostato per curiosità alla scienza moderna, date le sue pretese roboanti, che si rivelarono invece ai miei occhi del tutto infondate.

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    Lungo il suo precedente percorso filosofico, ha avuto un Maestro?

    No, le mie letture e la mia ricerca furono allora esclusivamente personali. E certi incontri e frequentazioni, con esponenti sufi, indù, cattolici, ed ortodossi si rivelarono assolutamente deludenti le prime due, in particolare quelle con gli ambienti sufi, insufficienti le seconde, anche se non negative. Si trattò come di un ardore che mi sospingeva, sentivo come una sete di conoscenza che mi era difficile saziare, avendo domande a cui cercavo risposta, il che m’indusse però ad andare alla ricerca (più che di un cambiamento), di un coronamento e compimento di quelle che erano state le mie precedenti convinzioni religiose, con un profondo emendamento esistenziale.

    Nella filosofia occidentale moderna e contemporanea, quella per così dire corrente, non vidi la presenza vittoriosa d’Iddio, sia magnificato ed esaltato, trattandosi dunque di un pensiero senza spirito. Tutto quello che studiavo ed appuravo a questo riguardo, mi dava un senso di vuoto e di nulla, com’era stato anche per i miei precedenti studi scientifici. Mi diedi quindi allo studio delle varie religioni, occidentali ed orientali, dal Cristianesimo, sia dell’Ortodossia, sia del Cattolicesimo, che approfondii ulteriormente, al Buddismo, ed all’Induismo (nella sua variante vedantica), sino alle correnti sufi in seno all’Islam.

    Questo sino agli eventi della Rivoluzione Islamica in Iran, allorquando mi capitò di vedere in televisione l’Imam Ķomeynī, la misericordia d’Iddio su di lui. Mi stupirono e m’attrassero la grandezza, la fermezza, la gravità e dignità, la capacità di guida e di resistenza di quell’uomo eccelso, tanto che incominciai a domandarmi: “Chi sarà mai costui? Da quale mondo è venuto qui tra noi? Chi lo ha mandato?” Com’era che quest’uomo straordinario sapesse opporsi, con tanto coraggio ed irriducibilità, ai poteri di questo nostro basso mondo, era per me un segreto, un quesito affascinante ed eccitante.

    Fu per questa ragione, che intrapresi ricerche e letture lunghe ed approfondite sull’Islam, ed in particolare sulla Rivoluzione, per saperne di più su quell’uomo straordinario, e su tutto quello che aveva relazione con lui. All’inizio, come dicevo, ero entrato in contatto con gruppi sufi e sunniti, traendone un’impressione deludente, in seguito con degli sciiti italiani, che mi fecero conoscere degli iraniani, d’orientamento rivoluzionario, residenti a Milano.

    Dopo di che, fu alla fine del mese di Šahban del 1997, che su segnalazione di un amico del gruppo degli italiani, mi recai quasi per caso al Centro degli iraniani di Milano, usato come moschea, in occasione della commemorazione dell’anniversario nascita dell’Imam Mahdi, che Iddio Altissimo voglia affrettarcene la gioia. Dove pronunciai la mia professione di fede, per tutta una serie di coincidenze, senza peraltro averne all’inizio l’intenzione, diventando anch’io un seguace della Famiglia del Nunzio divino.

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    Quand’è che venne in Iran per la prima volta?

    Mi recai in Iran per la prima volta due anni dopo la mia professione di fede. Si trattò di un viaggio d’istruzione con i fratelli italiani, a cura della nostra associazione. Quindi ancora vi venni due anni dopo, per conoscervi una sorella iraniana che poi sposai, la quale mi era stata presenta da conoscenti comuni, accettando peraltro come condizione del contratto giuridico di matrimonio l’impegno di risiedere in Iran, essendo peraltro ben contento di farlo.

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    Quanto tempo era trascorso dalla sua prima conoscenza dell’Imam sino alla sua entrata nell’Islam?

    Trascorsero 18 anni.

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    In questo frattempo, l’ondata di propaganda contro l’Imam e la Rivoluzione fu assai violenta; i mezzi d’informazione occidentali equipararono l’Imam alle autorità cristiane del Medioevo (1). Com’è che ella non venne influenzato da quei giudizi?

    Non me ne feci influenzare, perché i mezzi d’informazione occidentali per lo più mentono (spesso sapendo di mentire).

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    Nel corso delle sue letture filosofiche, ebbe un qualche contatto diretto con qualche pensatore?

    No, il mio fu un percorso personale, senza aver avuto contatti con pensatori occidentali, essendomi peraltro occupato per lo più di filosofia antica e medievale. Tra i moderni, ho letto con particolare interesse le opere del francese René Guénon, e dell’italiano Julius Evola, che esaminano, giudicano, e condannano il mondo moderno alla luce della spiritualità e della tradizione. Rene Guénon entrò nell’Islam aderendo ad una confraternita sufi in Egitto, dove andò a vivere.

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    Tra le sue letture ha letto anche i libri di Frithjof Schuon?

    Certamente, ho letto molte delle sue opere, come anche qualcosa dell’indù Ananda Coomaraswami, così come anche di Titus Burckart, oltre a quasi tutti gli scritti dei due autori suddetti, Guénon ed Evola, e di altri ancora, tutti quanti esponenti della corrente del cosiddetto “tradizionalismo integrale”. Così come anche alcuni dei testi di Hernri Corbin, e di altri autori ancora, i quali hanno presentato, in vario modo, e con vario esito, l’Islam al mondo occidentale.

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    Secondo lei, è da reputarsi soddisfacente la presentazione che Henri Corbin fa del mondo sciita?

    No, perché Corbin ha mescolato le proprie personali opinioni alla sua presentazione del mondo sciita, peraltro indubitabilmente pregevole. Uno studioso, nel riferire l’altrui pensiero, non deve immettervi le proprie concezioni, sebbene possa esporle a parte, anche sottoponendolo alla sua censura, non certo attribuirgli la propria visione delle cose, per quanto ciò possa talora avvenire incidentalmente, indipendentemente dalla sua volontà, come non è il caso per Corbin.

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    Ma Guénon era un sufi sunnita, non faceva parte della a Scia, mentre Corbin era sciita!

    Rene Guénon fu ufficialmente un musulmano, dimostrando inoltre in taluni suoi scritti un legame intimo ed un’altissima considerazione per la Scia. Ma a me non risulta affatto, almeno da quel che io ne so, che Corbin abbia mai formalmente pronunziato la testimonianza di fede. Contrariamente a certe convinzioni correnti, solo chi avrà pronunziato la formula “non c’è dio tranne Iddio”, potrà arrivare, per Suo dono, alla comprensione di certe realtà superiori.

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    Che ne pensa del giudizio di Henri Corbin, per cui la Scia è l’unica religione a non aver interrotto il suo rapporto con Iddio Altissimo, Ne sia esaltato l’Essere?

    Quest’assunto è assolutamente corretto. Ma Corbin ha commesso un errore assai grave (che lo invalida). All’Imam Mahdi, che Iddio ce ne affretti la gioia, che è l’uomo Perfetto, tenendo conto della sua presente funzione vicaria, compete d’essere presente a tutti i livelli dell’essere, avendo l’essere svariati livelli sopraordinati. Ma Corbin sosteneva, per parte sua, che egli avrebbe avuto invece solamente un’esistenza immaginale. Per avvicinarsi ad Iddio Altissimo, sia magnificato ed esaltato, il primo gradino, come recita del resto lo stesso Sacro Corano, è la percezione di questo nostro basso mondo materiale.

    Laonde l’Imam Mahdi, essendo l’Uomo Perfetto vivente e presente, dovrà avere anche un essere corporeo e materiale, essendo questo il primo passo per l’uomo comune, che egli abbia un qualche contatto, in modo ordinario, (diretto od indiretto, vale a dire, per questo nostro basso mondo), con il rappresentante d’Iddio Altissimo, sublimi Ne siano i Nomi. Il primo rapporto con lui avrà luogo per il tramite di questa presente materialità, ma Corbin lo nega.

    Egli è certamente influenzato da una corrente dualista presente all’interno del Cristianesimo dei primi secoli, il cosiddetto “gnosticismo”, di origine manichea – che avrebbe avuto modo di farsi valere anche per il successivo Protestantesimo, al quale Corbin peraltro apparteneva – dal greco “gnosi”, vale a dire, “conoscenza”, la quale sosteneva che Iddio Altissimo, sublime Ne sia la lode, avrebbe creato solamente il mondo spirituale, non quello della materia.

    Come conseguenza Corbin, per esempio, separa in particolare religione e vita pubblica, inveendo contro ogni preteso “suicidio” in tal senso, in opposizione agli ínsegnamenti dell’Imam Ķomeynī, che Iddio ne estenda l’ombra, e con le stesse ingiunzioni coraniche. Spezzando anche in generale, con questa sua convinzione, a mio modesto avviso, l’ordine ed il collegamento necessario, come da Molla Sadra e dal Sacro Corano, tra i vari livelli dell’essere.

    Corbin non è mai giunto a questo grado, a questa concatenazione dei livelli dell’essere, a cui sono giunti invece i più alti interpreti dell’Islam – da Ibn Arabi, a Molla Sadra, all’Imam Ķomeynī – sulla scorta, vale la pena ripeterlo ancora, degli insegnamenti coranici, confondendo anche peraltro, errore peculiare della modernità contemporanea, il mondo spirituale con quello sottile. Sarà inoltre opportuno osservare, che le opere di Corbin possono essere preziose a mo’ d’inizio ed introduzione, non essendo consigliate a chi voglia andare oltre.

    Sommi uomini di conoscenza e pensatori del passato come Ibn Arabi, Qaysari, Molla Sadra, Sohrawardi, Fayyid Kašani, così come anche tra i moderni grandi Maestri come l’Imam Ķomeynī, Sayyid Āštiānī, Mīrzā Qomšeī, sono a mio avviso da reputarsi incomparabilmente superiori per comprensione di dottrina, e per continuare il suddetto itinerario d’approfondimento, assolutamente incomparabili. La qual cosa vale non solamente per Corbin, ma per qualsivoglia occidentale, od occidentalizzante, od occidentalizzato.

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    Ha avuto contatti con Ibrahmi Dinani (noto pensatore iraniano contemporaneo, ndr)?

    No, purtroppo non ho avuto quest’opportunità.

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    E con Sayyid Āštiyānī?

    Ho letto alcune sue opere, acquisendo dimestichezza con le sue dottrine, ma non ho avuto la fortuna d’incontrarlo personalmente.

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    Qual è a Šīrāz la situazione degli studi filosofici?

    Qui a Šīrāz ho la fortuna di seguire le lezioni di morale (aķlāq) e di conoscenza (ºirfān) del Maestro Karīm Ĥaqīqī, con il quale ho rapporti alquanto stretti, avendo l’onore di essere annoverato tra i suoi discepoli. Ĥaqīqī, uno dei massimi Maestri viventi, è autore di vari libri, tra quali spiccano quelli sulla purificazione, “tazakkī”, e quelli più propriamente sull’ºirfān, essendo egli a sua volta stato discepolo di Nejābat Šīrāzī, e di Anşārī Hamadānī.

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    Secondo lei, la personalità filosofica ed irfanica dell’Imam Ķomeynī da chi è stata influenzata?

    In primo luogo è opera e dono d’Iddio Altissimo, sia magnificato ed esaltato, essendoNe stato un segno eminente, latore della Sua grazia, quantunque abbia avuto rapporti assai stretti con personalità dell’ºirfān sciita, essendo stato influenzato da sapienti come Šahabadī e Malikī Tabrīzī, ed altri depositari della conoscenza, moderni ed antichi, come Molla Sadra ed Ibn Arabi. Ma io ravviso in lui in primo luogo un uomo d’Iddio, ne sia esaltato l’Essere.

    Egli più che pensatore e filosofo, fu un ispirato, destinatario dei Suoi doni, essendosi consacrato sin all’inizio a Lui, Che lo fece grande, spiccando in lui peraltro l’ispirazione sull’argomentazione. Ricordo che in Italia ci venne chiesto se l’Imam fosse un platonico. Certo egli conobbe Platone e Plotino, certi elementi trascendenti e tradizionali comuni essendo presenti per ispirazione, al di là di ogni presunto e preteso prestito esterno, ma l’Imam giunge ai suoi risultati tramite l’Inviato d’Iddio Altissimo e la sua Famiglia immacolata, ch’egli li benedica e dia loro la Sua pace, in quanto profusioni divine.

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    L’Imam fu un gran pensatore ed uomo di conoscenza, che nel contempo ebbe rapporti ottimi e stretti con la gente comune. Qual è il suo punto di vista a questo proposito?

    L’Imam Ķomeynī fu una personalità completa, dai molti livelli, da non ridursi ad una sola dimensione, avendo egli maestria in molti campi eminenti, la qual cosa è da ritenersi un dono ed un ammaestramento divino. Fu per questa ragione, che egli ebbe anche rapporti stretti con quella gente comune, che egli ebbe l’incarico divino di guidare, essendo anche questo un segno d’Iddio Altissimo, sia magnificato ed esaltato, un Suo dono particolare.

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    Qual è la sua opinione sull’influenza d’Ibn Arabi sull’Imam?

    L’Imam subì molto la sua influenza, come molti altri uomini di conoscenza. L’Imam prese molto sia da Ibn Arabi che da Molla Sadra, tanto da esser considerato uno dei massimi esponenti della corrente sadriana contemporanea. Va però tenuto conto del fatto, che Molla Sadra fu uomo di conoscenza e pensatore, Ibn Arabi un puro uomo di conoscenza, un contemplativo in senso stretto. Ibn Arabi si attiene strettamente al disvelamento presenziale, come attesta egli stesso nell’introduzione ai Fuşūş.

    Mentre Molla Sadra per parte sua, nell’introduzione agli Asfar, afferma d’avere sì avuto anch’egli ispirazioni, ma di averle tradotte nel linguaggio argomentativo, essendo questa una sua prerogativa peculiare, la quale lo distingue da Ibn Arabi, accostandolo peraltro a Socrate, che fece in sostanza la stessa cosa, com’è peraltro riportato in molte opere platoniche. Cionondimeno, l’Imam, appunto nella sua completezza personale, prese da entrambi.

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    Quali sarebbero a suo parere le differenze tra Ibn Arabi e l’Imam nel dominio conoscitivo?

    Oltre a quella sopra riportata, che riguarda anche Molla Sadra, non vedo grandi differenze, non fosse che, per certi argomenti, Ibn Arabi avrebbe fatto dissimulazione, “taqiyyaħ”. Il fatto è, che egli avrebbe anche subito interpolazioni, tanto che l’Ayatullah Ĥasan Zāde Āmolī riferisce che Ibn Arabi ha attestato che l’Imam Mahdi è il figlio dell’Imam Ĥasan Askari, la pace su di lui, essendo dunque egli vivente e presente, ma questo passaggio è stato cancellato dalle successive edizioni delle sue Futūĥāt, dov’era contenuto.

    Anche Sayyid Āštiyānī riporta che Ibn Arabi aveva in somma venerazione la Famiglia del Nunzio divino, che poneva al vertice dell’esistenza creata, com’è anche, per esempio, per Ibn Fāriď. Ritengo in ogni caso che l’Imam, pur essendo al corrente di tutto questo, sia stato profondamente influenzato, com’è perspicuo dalle sue opere, dalla contemplazione d’Ibn Arabi. Pur tenendo conto che questi si limitava alla pura visione trascendente, mentre nella personalità dell’Imam possiamo ravvisare altri ambiti, essendo egli stato, oltre che un contemplativo, un pensatore, un giurisperito, Guida della comunità.

    È da rilevarsi comunque, che negli scritti d’Ibn Arabi compaiono alcuni asserti apparentemente contrari ai seguaci delle Genti della Casa, peraltro maldestramente usati dalla propaganda avversa. Assunti che bisogna in ogni caso interpretare, o in ragione della dissimulazione, o trattandosi d’interpolazioni successive a lui affatto estranee, o per il fatto che egli non avrebbe avuto contatti diretti con sciiti autentici, o per il fatto che la stessa visione presenziale trascendente, eccettuati gli Inviati ed i Vicari, non è infallibile, od altro ancora.

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    In Occidente, i pensatori più conosciuti, sin dal Medioevo, sono Avicenna (Ibn Sina) ed Averroè (Ibn Rušd). Pensa che per questa via, vale a dire, presentandolo tramite Avicenna, sia possibile far conoscere in Occidente il pensiero sciita?

    Non sono di questa opinione. La priorità va a Molla Sadra, essendo stato Ibn Sina fondamentalmente un aristotelico, in considerazione del fatto che il pensiero aristotelico originariamente e fondamentalmente è orientato verso la materia, solo indirettamente e conseguenzialmente alla trascendenza, senza che si sia avvalso della contemplazione trascendente. Al presente si ha in Occidente una certa conoscenza (anche negli ambienti universitari, dei cosiddetti “islamisti”), d’Ibn Arabi, del che ha avuto merito anche René Guénon.

    A mio modesto avviso, un autore come Molla Sadra è certamente da ritenersi molto più adatto per presentare all’Occidente il pensiero e la sapienza sciita. Sayyid Muhammad Ķameneī, fratello della Guida, fa peraltro nella sua introduzione ai Mażāhir di Molla Sadra, un’osservazione assai interessante, vale a dire, che Ibn Sina avrebbe a tal punto cambiato la dottrina aristotelica, che lo stesso Aristotele non vi si sarebbe più riconosciuto.

    A questo medesimo riguardo, va rilevato, com’è che le opere dell’Imam Ķomeynī, nella fattispecie quelle filosofiche ed irfaniche, così come quelle di Molla Sadra, siano quasi del tutto ignote in Occidente, anche tenuto conto del fatto che l’Imam ebbe concezioni spiccatamente sadriane, che influenzarono nettamente tutta la sua vita e tutto il suo agire, essendo dunque proprio su questa via che bisognerebbe procedere, senza che purtroppo lo si sia fatto sinora.

    Va inoltre osservato, che nel mondo musulmano ha avuto grande diffusione un testo, in arabo, “Ūŧūlūjiyā”, cioè “Teologia”, citato da Molla Sadra e dall’Imam, attribuito ad Aristotele, in realtà tratto dalle Enneadi di Plotino, detto in arabo “Al Šayķu-l-Yūnanī”, il “Maestro Greco”, il più importante esponente della corrente platonica dopo Platone. È dunque rimarchevole il fatto, che Aristotele, nel modo musulmano, sia stato conosciuto nella luce della sapienza platonica, quantunque non abbia perso per questo i suoi difetti d’origine.

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    Le risulta che le opere dell’Imam Ķomeynī siano state tradotte in lingua italiana?

    Sì, ma si tratta di pochi testi, purtroppo per lo più colmi di difetti ed addirittura di strafalcioni verbali, dovuti a traduttori senza padronanza della lingua e della cultura italiana, oltre ad essere palesemente privi di ogni competenza dottrinale.

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    In considerazione di queste lacune, quali iniziative ella ha preso in tal senso?

    Ho tradotto dapprima il Serre Salat [Il Segreto della Preghiera] dell’Imam dall’originale persiano, sotto l’egida del centro di Tehran preposto alla diffusione ed alla pubblicazione delle sue opere. Dopo di che ho tradotto dall’originale arabo la Mişbāĥ, ivi inclusa l’introduzione di Sayyid Āštiyānī, opera più breve, ma ancor più impegnativa, senza che in Iran nessuno se ne facesse carico della pubblicazione. Ho pertanto deciso di farla stampare in Italia, senza averne ricavato sinora nessun vantaggio materiale, rendendone comunque grazie ad Iddio, sia magnificato ed esaltato.

    Nella speranza che Egli, tramite l’Imam Mahdi, voglia affrettarcene la gioia, si degni di accettare i miei sforzi. Mi sono affidato Iddio Altissimo, Ne sia esaltato l’Essere, del Quale, grazie all’intercessione dei suoi Puri, sono debitore. Anche se sono dell’opinione, che tali sforzi andrebbero più incoraggiati, senza tenerli in non cale, trattandosi di occasioni d’oro per far conoscere in Occidente, nella fattispecie in Italia, la sapienza ed il pensiero sciita.

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    Secondo il suo punto di vista, quali innovazioni dottrinali dobbiamo all’Imam?

    A questo proposito, occorre in primo luogo intendersi sul significato della “novità”. L’Imam fu un retto seguace delle Genti della Casa, di cui egli espose la dottrina anche su punti che erano stati dimenticati, od erano rimasti nascosti, così come egli ridiede vita all’opera di ascesa esistenziale personale e comunitaria, non fu in nessun modo un “innovatore”, come danno ad intendere certi ignoranti. Tutto questo non fu nulla di nuovo, avendo egli percorso, anche con la Rivoluzione Islamica, l’itinerario dell’Inviato d’Iddio e della sua Famiglia immacolata.

    La Rivoluzione Islamica è stata, ed è tuttora, soprattutto un rivoluzione “irfanica”, un moto d’avvicinamento ad Iddio (eccelsa Ne sia la lode), non certo agli Stati Uniti od all’Unione Europea, essendosi egli sollevato in Suo nome, e per Sua incombenza. Perché l’Imam, come appunto già dicevamo, fu un uomo completo, senza che la sua personalità fosse limitata a taluni aspetti ad esclusione di altri, avendo avuto egli per suo centro Iddio, sublimi ne siano i Nomi, e la Sua Rivelazione, vale a dire, il sua Inviato e la sua Famiglia.

    L’Imam Ķomeynī si fece latore presso la comunità di questo messaggio, che la trascendenza non deve rimanersene confinata in un angolo, non deve restarsene confinata all’individuo, ma deve essere invece qualcosa di pubblico, di coinvolgente la comunità, non rinchiusa in un convento fratesco, deve guidare la società, non essendo questa una sua convinzione personale, in quanto egli non fece altro, se non ridare vita ad un aspetto della dottrina del Nunzio divino e della sua Famiglia immacolata, la Sua pace e benedizione su di loro.

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    Qual è a suo avviso la parte più attraente, profonda, ed affascinante del Serre Salat?

    Tutte le parti del libro sono attraenti ed affascinanti, tutte eccelse e sublimi, espresse nella miglior forma, essendo certo Iddio, sia magnificato ed esaltato, ad averlo ispirato. Il Maestro Ĥaqīqī afferma che il Serre Salat è il più bel libro che sia mai stato scritto sulla Preghiera. Non mi sarebbe possibile riandarne parte per parte il testo per farne una scelta in questa sede, anche per il fatto che per chi non ha dimestichezza con l’°irfān e la filosofia trascendente, l’esposizione potrebbe esserne alquanto ostica, il medesimo discorso valendo per la sua traduzione, nel suo sforzo d’attenersi all’originale.

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    E per la Meşbāĥ?

    Anche questa, come il Serre Salat, è un’opera eccelsa ed ardua, che s’adopera per far pervenire il lettore alla realtà trascendente dell’Intimità Divina. La traduzione di questi due libri si è per me protratta per alcuni anni, complessivamente oltre sei, trattandosi di un lavoro assai impegnativo, essendomi alquanto difficile trovare i vocaboli adatti, data la differenza tra l’arabo ed il persiano, e l’italiano, in particolare, per quel che concerne il gergo peculiare dell’°irfān. Avendosi invece per a filosofia in senso stretto una corrispondenza, sebbene non sempre facile e ravvisarsi, tra il linguaggio greco e latino, e quello arabo.

    Perché l’originale venisse reso quanto più possibile fedelmente, sono stato costretto a reiterate revisioni e correzioni, sentendo tutto il peso della mia responsabilità, quantunque abbia fatto di tutto per mantenermi fedele all’originale, pur adoperandomi per renderlo nel migliore italiano. Chiedo ad Iddio Altissimo, Ne sia esaltato l’Essere, così come ai lettori di questa mia modesta traduzione, di perdonare tutte le mie lacune, addebitandole a me, non certo al testo originale, sperando possano nondimeno trarre vantaggio dal mio lavoro.

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    A suo parere, le opere d’Ibn Arabi possono corrispondere al presente bisogno di conoscenza?

    Certamente, a partire dai Fuşīş, che sono al momento il suo testo più diffuso e conosciuto, essendo l’efficacia della sua opera eccelsa fuori discussione, a patto di trarla fuori dai limiti dell’orientalismo universitario, come dal fanatismo dei suoi cattivi interpreti, certi sufi inautentici o deviati, incapaci gli uni e gli altri, di intenderne a dovere sia lo spirito, sia la lettera, che si adoperano per strumentalizzarne il messaggio in senso settario. Per la qual cosa s’imporrebbe anche un ulteriore lavoro d’informazione ed interpretazione.

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    Gli ambienti degli studiosi occidentali come hanno reagito alla dottrina dell’Imam?

    Come avevo detto in precedenza, in assenza di una linea d’azione corretta ed efficace, i più non conoscono la personalità dell’Imam sotto il riguardo del pensiero e della conoscenza trascendente. Né ci sono da farsi soverchie illusioni a questo proposito, dato l’assai modesto livello intellettuale della maggior parte dei cosiddetti “studiosi” occidentali, universitari o no, quasi sempre del tutto avulsi dal dominio superiore della sapienza, anche dottrinale. Possiamo affermare in tutta certezza, che i sapienti autentici sono quasi del tutto assenti dall’orizzonte dell’Occidente moderno e contemporaneo.

    L’Imam è conosciuto in Occidente in genere sotto il riguardo della sua azione sulla vita pubblica, non sotto quello filosofico ed irfanico, della sua dottrina e del suo segreto divino, come appunto dicevamo poc’anzi, essendo questo un carico assai grave per chi se ne è reso responsabile, in qualsiasi misura, a parte le suddette difficoltà d’ambiente. In Occidente, ed in parte, dobbiamo purtroppo riconoscerlo, persino in Iran, l’Imam Ķomeynī, che Iddio n’esalti rango, rimane un tesoro nascosto, che attende ancora di essere scoperto.

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    NOTE DELL’INTERVISTATO

    1)Nella loro visione distorta del Medioevo, frutto della propaganda illuminista e massoni.

    2)La personalità di Schuon è peraltro composita, equivoca, per certi versi anche oscura. A prescindere dal valore innegabile di certe sue osservazioni quanto al confronto tra le varie forme tradizionali, egli ha intrapreso nel corso della sua vita iniziative assai poco felici. Nella sua confraternita sufi in Europa, tanto per fare un esempio, per venire incontro alle presunte esigenze dei convertiti d’Occidente, ha consentito il consumo della carne di porco, ponendosi così, come certi pretesi Maestri sufi, al di sopra della Legge Rivelata.

    Egli si è più volte opposto velleitariamente ai seguaci della Famiglia dell’Inviato, ed alla sua Famiglia stessa, prendendo per buoni, senza nessuna circospezione o verifica, quei detti messi in circolazione da Muawia, che ancora continuano ad imporsi, mercé di quelle tenebre in cui gli Ommaiadi, come afferma giustamente il tunisino Tijani, hanno sprofondato la Comunità dei Credenti. Ritenendo ad esempio, contro i dettami del Nunzio divino al tempo della morte dello zio Hamza, il cordoglio di Ašura dovuto ad influenze cristiane.

    Nella sua infelicissima controversia con René Guénon, si è dato addirittura ad accusarlo di avere sopravvalutato l’Islam nei confronti del Cristianesimo, al quale quello sarebbe addirittura assai inferiore. Da ultimo, emigrato negli Stati Uniti d’America si è affiliato, con una decisione alquanto strana, alla tradizione, peraltro rispettabile, di Sioux, per poi finire coinvolto incresciosamente in accuse giudiziarie assai poco edificanti, alle quali vogliamo non credere.

    In definitiva Schuon per questi difetti, nonostante i meriti suddetti, è da considerarsi di gran lunga inferiore agli altri due grandi autori del tradizionalismo integrale. Ivi incluso Evola, a dispetto di certe sue discutibili esperienze e convinzioni personali, che pure musulmano non fu mai, ma nutrì sempre nondimeno un profondo rispetto per l’Islam, in particolare per quello della Gente della Casa, ritenendolo peraltro assai superiore al Cristianesimo.