Fonti Islamiche

    1. home

    2. article

    3. Le ragioni della fatwa contro Salman Rushdie

    Le ragioni della fatwa contro Salman Rushdie

    • Ayatollah Taskhiri
    Le ragioni della fatwa contro Salman Rushdie
    Rate this post

    Ayatollah Taskhiri

    Chi è Salman Rushdie ?
    E’ uno scrittore di origini indiane, nato nel 1947 in una famiglia musulmana a Bombay ed emigrato in Gran Bretagna, dove ha condotto gli studi universitari. E’ membro della Compagnia di Produzione Cinematografica Britannica, membro consultivo dell’Organizzazione per le Scienze Moderne e membro dell’associazione letteraria Reale Britannica. Ha scritto diversi libri tra cui Shame ed il libro su cui concentreremo qui la nostra analisi, Versetti Satanici.

    Riassunto del sesto capitolo di Versetti Satanici
    L’apostata Salman Rushdie tenta di distorcere l’Islam e di profanare i suoi sacri emblemi per mezzo del suo sporco, satanico racconto, Versetti Satanici. Egli si scaglia contro tutto ciò che è sacro, dissacra tutti i valori e non risparmia, in quanto obiettivo della sua denigrazione e del suo sacrilegio, nessuno dei simboli islamici e nulla di quanto ci sia di sacro nell’Islam, dai grandi messaggeri e dai gloriosi angeli, agli eterni Libri celesti, alle mogli del Profeta (S) – madri dei credenti – ed ai suoi probi Compagni. L’Apostata si scaglia particolarmente contro l’onorevole Messaggero (S), le sue mogli ed i suoi Compagni, adoperando insulti osceni e facendo infami dichiarazioni che feriscono chiunque abbia il minimo rispetto per le norme etiche. Questo eretico enfatizza che il Glorioso Corano non è un libro celeste ed una rivelazione divina, ma una fabbricazione del Profeta (S). Come si afferma senza mezzi termini nell’insolente racconto di Rushdie, uno dei Compagni del Profeta (S), Salman al-Farsi, inventa il Corano, con la consapevolezza dello stesso Profeta (S). Tutte queste sofisticazioni ed insinuazioni sataniche e disdicevoli, rivelate dal Demonio e dai suoi aiutanti al loro servile strumento “Rushdie”, si possono ritrovare nel sesto capitolo del libro, parte del quale riporteremo brevemente di seguito, in modo che il lettore possa farsi un’idea del livello degradato e dello stato miserevole raggiunto da questo mostruoso vessatore della letteratura, affiliato agli scrittori non per la sua competenza né per la sua reale abilità, quanto perché serve gli interessi dell’istikbar (Arroganza), risparmiandole il difficile utilizzo dei tanti subdoli artifici che essa dispiega nella sua brutale ed estesa lotta contro l’Islam e la sua sacra esistenza. Inoltre, Rushdie è prezioso per l’istikbar, in quanto serve i Crociati ed i Sionisti, che sono i due mortali nemici uniti dall’opposizione all’Islam ed ai quali l’Apostata offre i suoi servigi in maniera servile ed abietta. L’Apostata comincia il capitolo riferendosi alla Sacra Mecca come “Città Pagana”, quindi passa allo stile di vita al suo interno. Secondo Rushdie, uno dei mercanti della città, di nome “Mahund” (1), dichiarò la rivelazione profetica e instaurò una nuova religione nella città. In seguito, egli descrive la relazione tra il Santo Profeta (S) ed uno dei suoi rispettabili Compagni, Salman al-Farsi (che Iddio si compiaccia di lui), definendola spuria e prodotta dalla malizia interiore di Salman e dalla negligenza ed apatia del Profeta (S). Salman è descritto come un beone ed un alcolista, che costantemente approfitta di tutte le opportunità per abbandonarsi al suo vizio. Inoltre, egli si sofferma su un’altra relazione, tra Salman ed un poeta di nome “Ba’l”, inventato dall’Apostata e che è simile a Salman in deboscia, dissolutezza e dedizione all’alcool. Secondo l’Apostata, Salman viene a conoscere “Ba’l” incontrandolo nella “Città Pagana”. Allorché la loro relazione diviene ben salda, Salman discute col suo amico immaginario della relazione con Mahund e di come Mahund lo abbia scelto come uno dei suoi redattori della rivelazione, che l’Apostata considera leggi imposte da Mahund. Il Fuorilegge, non contento di ciò, va oltre, affermando che Salman opera per distorcere ogni versetto rivelato dettatogli dal Messaggero (S). Salman è abituato a redigere tali versetti a suo piacimento, e la sua distorsione della divina rivelazione continua. L’autore diviene ancora più disonesto quando s’illude di approfittare della dabbenaggine altrui e dichiara che il Messaggero (S) è consapevole delle variazioni apportate da Salman alle sue leggi ma finge di essere disattento, mentre alcune distorsioni perfino lo divertono. Mentre Salman è assediato da dubbi riguardo il Messaggero (S) e ciò che gli è stato rivelato, comincia a domandarsi come qualcuno possa essere un profeta ed allo stesso tempo permettere a qualcun altro di traviare il suo messaggio, e come l’inferiore, non Araba, esitante parola di “Salman” finisca per non poter essere distinta dalla rivelazione divina e dal verbo celeste. Con queste insinuazioni, l’Apostata tenta di portare a compimento ciò a cui mira, ossia la denigrazione di questo rispettabile Compagno e di altri come lui. Attraverso tali malignità e grossolanità, egli cerca di insinuare che il Corano non sia altro che un’espressione umana fabbricata e distorta, piuttosto che una rivelazione divina. In seguito, l’Apostata si volge, per altra via, alla persona del grande Messaggero (S), per insultarla e denigrarne la santità; ma quanto è lontano dal successo!
    Il Criminale afferma che il Santo Profeta (S) è solamente un uomo immerso nella lussuria, essendo dedito a relazioni con donne che non siano solo le madri e le figlie. Egli afferma inoltre che il Profeta (S) è dittatoriale ed autocratico nelle sue abitazioni, che non gradisce che le sue mogli discutano con lui e che spesso incontra le donne che gli piacciono. L’Apostata non solo nega che il Messaggero (S) sia un profeta ed un inviato, ma sostiene pure che è un re arrogante che impone leggi tiranniche ed inopponibili ai suoi sudditi, e che costringe le sue mogli ad obbedirgli ed a sottometterglisi per mezzo delle leggi che emana e manda in vigore. Inoltre, esige che i suoi sudditi siano servi obbedienti, che abbassino il capo al suo cospetto in segno di deferenza, obbedienza e sottomissione. Altrove, l’Apostata prende di mira alcuni Compagni, cercando di degradare la loro statura e di attaccarli usando le più sporche espressioni, come rivela la sua descrizione di tre dei Compagni, che egli indica coi loro nomi: “Salman al-Farsi, Bilal al-Habashi e Khalid Ibn al-Walid”, descritti come costituenti un triangolo di sozzura e corruzione.
    Più in là, il Criminale giunge alle mogli del Profeta (S) ed una nuova storia, intitolata “Ba’l e Hijab”, comincia. Ba’l è un sedicente poeta, per il quale l’Apostata costruisce una relazione con Salman. Hijab è uno dei più famosi bordelli della Città Pagana. Il luogo è gestito da una prostituta, chiamata la “Signora di Hijab”, la cui voce, stando all’immondo Apostata, è permeata di miscredenza al contrario della rispettabile e sacra voce di Mahund. L’Hijab comprende, entro le sue mura, ragazze lascive, che il Criminale tenta di presentare come equivalenti delle mogli del Profeta (S). Rushdie introduce “Ba’l” come personaggio stante per il Santo Profeta (S) e pone il numero delle ragazze dell’Hijab pari a quello delle mogli del Profeta (S). L’Apostata paragona la più anziana prostituta dell’Hijab alla Madre dei Credenti, Khadijat al-Kubra (as) e fa interpretare a queste prostitute la parte delle mogli del Profeta (S). Questi personaggi si immedesimano a tal punto nei loro ruoli, da dimenticare le proprie reali personalità, trasformandosi in simboli delle mogli del Profeta (S), rappresentato dal laido poeta, Ba’l. Quando “Mahund” scopre che le prostitute dell’Hijab si sono date i nomi delle sue mogli, ordina la loro detenzione e la chiusura di tutti i lupanari. La “Signora di Hijab” si suicida e tutte e dodici le prostitute sono imprigionate, insieme a “Ba’l”. Le prostitute vengono messe in un sacco e lapidate. Ba’l è condotto dal Profeta (S) che ne ordina la decapitazione. Mentre i soldati lo stanno portando via per decapitarlo, Ba’l urla: “Mahund! Prostitute e scrittori sono persone che tu non riesci a perdonare.” Mahund replica: “Non vedo proprio alcuna differenza tra scrittori e prostitute.” Con questa frase l’Apostata intende dire che il Messaggero (S) sia convinto che non esista differenza tra “Salman” e quelle prostitute. Così, come le prostitute avevano operato per diffamare le sue mogli, Salman aveva tentato di distorcere le sue leggi ed il suo messaggio.

    La reazione islamica
    Il defunto Imam Khomeini (ra), ha emesso una sentenza di morte contro l’autore di Versetti Satanici, Salman Rushdie. Tale sentenza ha sortito una notevole risonanza in tutto il mondo. Abbiamo osservato come il kufr (miscredenza) mondiale sia stato presente dietro questo libro, l’autore del quale rivendica l’Islam, mentre l’Islam si dissocia da esso. Abbiamo visto come i governi occidentali abbiano assunto misure solidali con questo libro e col suo autore e come i Sionisti abbiano annunciato il proprio supporto ad esso. Il colonialismo mondiale ha, inoltre, cercato di trovare qua e là delle voci mendaci o corrotte che appoggiassero il libro -Dio non voglia- nella sua posizione avversa all’Islam ed all’immacolata persona del Santo Profeta (S).
    Perciò, riteniamo doveroso riportare molto brevemente alcuni testi islamici, che rendano note a tutti le fonti di questo autentico verdetto islamico. E’ sottolineato in tutti i libri di hadith (detti), fiqh (giurisprudenza) e sirah (storia sacra) che l’Islam enfatizza la necessità di giustiziare chiunque offenda, insulti e maledica la persona del Profeta (S), e lo accusi di azioni immorali, in quanto se viene proferita una diffamazione il suo effetto è intenso. Si immagini solo quanto sia enorme l’assalto dei miscredenti che noi fronteggiamo, un assalto condotto dalle centinaia di compagnie editoriali occidentali che pubblicano questo libro, il quale si scaglia contro il Profeta (S), le sue mogli e la sua Tradizione, con innumerevoli offese infami di sempre maggior diffusione. Questo crimine è persino più grave di un personale, individuale atto di insulto. E’ un complotto internazionale ordito dal Kufr mondiale, e supportato dai Crociati e dai Sionisti di tutto il mondo, allo scopo di dissacrare persistentemente la figura del Profeta (S). Qui menzioneremo, molto brevemente, ciò che è stato dichiarato dai maggiori sapienti, trasmettitori di hadith e storici riguardo tale questione, per rendere noto a chi ricerchi la verità, cosa è stato detto in proposito.

    1. Le opinioni dei fuqaha dell’Ahl-al-Bait (as)
    Al-Shaykh al-Saduq afferma nella sua opera, al-Hidayah: “Il sangue di chiunque insulti il Messaggero di Dio (S) o la Guida dei Credenti (as) o uno degli Imam (as) può essere versato impunemente (la sua vita non è protetta dalla legge) non appena proferisce l’insulto”(2).
    Abu al-Salah al-Halabi scrive nel suo libro, Al-Kafi fil-Fiqh: “Se qualcuno insulta il Messaggero di Dio (S) o uno degli Imam della sua Casa o uno dei Profeti (as), sarà dovere del sultano (governatore) ucciderlo. Se un credente, che ha udito l’insulto, uccide il blasfemo, il sultano non lo può punire, e se qualcuno attribuisce loro qualcosa di disdicevole, dovrebbe essere colpito duramente, poiché queste personalità dovrebbero essere rispettate e la loro infallibilità è sicura”.
    Si tramanda che la Guida dei Credenti (as) abbia detto: “Non c’è uomo che, divenuto adulto, continui a credere che Davide si innamorò della moglie di ‘Uria’, senza che io lo punisca due volte: una per l’Islam e una per la profezia”(3).
    Al-Shaykh al-Tusi scrive nel suo libro, al-Nihayah: “E se qualcuno insulta il Messaggero di Dio (S) o uno degli Imam (as) il suo sangue può essere sparso impunemente e chiunque oda dal blasfemo l’insulto può ucciderlo, purché non tema per la propria incolumità o per quella altrui” (4).
    Al-Qazi ibn al-Barraj scrive nella sua opera, Al-Muhazzab: “E se una persona bestemmia il Profeta (S) o uno degli Imam (as), sarà condannato a morte e chiunque oda l’insulto può ucciderlo, a meno che non tema per la propria vita o quella altrui” (5).
    Ciò è simile a quanto menzionato da Ibn Zuhrah in Ghinyah, da Ibn Idris in Al-Sara’ir, da Ibn Hamza in Al-Wasilah, e da Al-Hazli in Al-Jami’li al-Shara’i (6).
    Al-Muhaqqiq al-Hilli sottolinea nel suo libro, Shara’i’ al-Islam: “Chiunque maledica il Profeta (S) può essere ucciso da chiunque oda l’anatema, purché non tema un pericolo per la vita e la proprietà proprie o di altri credenti. Chiunque insulti uno degli Imam (as) va incontro alla stessa punizione” (7).
    È affermato in Al-Mukhtasar al-Nafi’: “Chiunque insulti il Profeta (S) può essere ucciso ed anche chiunque insulti uno degli Imam (as) può essere punito allo stesso modo, e il suo sangue può essere versato impunemente da chiunque oda l’insulto, se la sua vita resta indenne” (8).
    Al-‘Allamah al-Hilli indica nella sua opera, Al-Qawa’id: “Colui che bestemmia il Profeta (S) o uno degli Imam (as) deve essere ucciso e la sua esecuzione è consentita a chiunque oda la bestemmia, se la sua vita e la sua proprietà e quella di altri credenti restano indenni e purché non se ne preveda una conseguenza dannosa” (9).
    E’ affermato in Al-Lum’ah al-Dimashqiyyah (vol. 9, p. 194) e nel suo Commentario, scritto dai due Shahid: “E colui che bestemmia il Profeta (S) o uno degli Imam (as) deve essere ucciso, e l’esecuzione è lecita per chiunque è informato della bestemmia, persino senza il permesso dell’Imam o di chi governa, purché il giustiziere non tema per la sua vita, per i suoi beni o per un credente.”
    Al-‘Allamah al-Najafi scrive nel suo libro, Jawahir al-Kalam: “Se qualcuno insulta il Profeta (S), è lecito e persino obbligatorio per chiunque oda l’insulto uccidere il blasfemo, senza alcuna discriminazione che io riscontri in questo decreto. Piuttosto, l’ijma’ (consenso dei grandi ‘ulama), in entrambe le sue forme, prescrive questa regola, appena proferita l’affermazione” (10).

    2. Opinioni dei fuqaha di altre scuole islamiche
    Abi al-‘Abbas, noto come Ibn Taymiyyah, scrive nel suo libro, Al-Sarim al-Maslul ‘Ala Shatim al-Rassul: “La prima regola è che chiunque insulti il Profeta (S), che sia un musulmano o un miscredente (kafir), dovrebbe essere ucciso. Questa è un’opinione su cui tutti i sapienti concordano.”
    Ibn al-Munzir ha detto: “Tutti i sapienti concordano unanimemente sul fatto che la punizione per chiunque bestemmi il Profeta (S) sia l’esecuzione” (11).
    In un altro punto di questo libro si afferma: “Ed il regolamento riguardante la bestemmia verso gli altri profeti è simile a quello riguardante l’insulto nei confronti del nostro Profeta (S) […] e indubbiamente il delitto di bestemmiare contro il nostro Profeta (S) è più grave di quello rivolto ad altri profeti, dato che la sua santità e rispettabilità è superiore a quella degli altri, anche se condivide con i suoi fratelli, profeti e messaggeri, la caratteristica che il sangue di chi li bestemmia può essere versato impunemente” (12).
    Ibn Hajar al-‘Asqalani scrive nella sua opera, Fath al-Bari (vol.12, p.236): “Ibn al-Munzir ha riferito l’unanimità sulla necessità di uccidere chiunque insulti il Profeta (S) esplicitamente.”
    Infine, Mujahid ha riportato che Ibn ‘Abbas (r.a.) abbia detto: “Ogni musulmano che insulti Iddio e il Suo Messaggero (S) o bestemmi uno dei profeti, è come se calunniasse il Messaggero di Iddio (S), ovvero commette un atto di apostasia per cui si accetta il pentimento. Se egli si pente si salverà dalla punizione, altrimenti sarà ucciso. E se un alleato insulta Iddio o uno dei profeti o lo fa in pubblico per via della sua intransigenza, egli viola il patto, quindi lo si può uccidere. Ahmad (r.a.) ha riportato da Ibn ‘Umar (r.a.) che un monaco gli passò davanti. Ad Ibn ‘Umar fu detto che il monaco aveva insultato il Profeta (S). Ibn ‘Umar disse: “Se avessi udito il suo insulto, l’avrei ucciso. Non siamo tenuti a dar loro protezione, che alla condizione che non insultino il Profeta (S).”
    E ci sono numerosi detti e atti dei Compagni a tale riguardo, e più di un Imam ha espresso il proprio consenso alla sua uccisione.

    Prove della fatwa dalla Nobile Sunnah
    Ci sono numerosi riferimenti nei libri di hadith che indicano che la condanna per chi insulta il Profeta (S) è l’uccisione. Questi hadith possono raggiungere il livello di Tawatur (ricorrenza) (13) in genere e alcuni di essi sono completi riguardo la loro autenticità. Di seguito menzioniamo alcuni di questi hadith:
    1. Al-Kulayni cita da Ali ibn Ibrahim, da suo padre, da Ibn Abi ‘Umayr, da Hisham ibn Salim, da Abi ‘Abdillah (as) che gli fu chiesto un parere su qualcuno che avesse insultato il Messaggero di Dio (S). Egli rispose: “Chiunque gli stia vicino dovrebbe ucciderlo prima che il caso venga riferito all’Imam (as)” (14).
    2. Al-Kulayni riporta da alcuni dei nostri compagni, da Sahl Ibn Ziyad, da ‘Ali ibn Asbat, da ‘Ali ibn Ja’far che disse: “Mio fratello Musa mi ha informato dicendo: “Ero di fronte a mio padre (Abi ‘Abdillah – as) quando il messaggero di Ziyad ibn Ubaydillah al-Harithi, il governatore della città, venne e disse: “L’Emiro ti dice: ‘Alzati e vieni da me.'” Egli (il padre) era malato. Il messaggero ritornò e disse: “Ho ordinato l’apertura del Ponte Maqsurah per te, perché è più vicino per il tuo cammino”. Egli (il fratello, Musa) disse: “Mio padre si alzò e si appoggiò a me, e incontrò il governatore mentre aveva riunito tutti i sapienti islamici della città, e c’era una lettera davanti a lui contenente la testimonianza di Wadi al-Qura contro un uomo che si era riferito al Profeta (S) rudemente e lo aveva calunniato. Il governatore gli (al padre) disse: “O Abi ‘Abdillah! Guarda questa lettera!” Quindi Abu’ Abdillah disse: “Mio padre mi riferì che il Messaggero di Dio (S) disse: “Tutte le persone sono uguali di fronte a me. Su chiunque oda menzionarmi offensivamente incombe il dovere di uccidere colui che mi insulta prima di informare il sultano (governante), ed è obbligatorio per il sultano, se il caso gli è riferito, uccidere la persona che mi ha insultato”. Ziyad ibn ‘Ubaydillah disse: “Porta fuori l’uomo e uccidilo secondo il decreto di ‘Abi Abdillah (as)” (15).
    3. Al-Kulayni riporta da ‘Ali Ibn Ibrahim, da suo padre, da Hammad Ibn ‘Issa, da Rib’i Ibn ‘Abdillah, da Muhammad ibn Muslim, da Abi Ja’far (as) che disse: “Un uomo di Huzayl stava maledicendo il Messaggero di Dio (S)”. Il Profeta (S) ne fu informato e disse: “Chi ucciderà costui?”. Due uomini degli Ansar (ausiliari) si alzarono e dissero: “Noi, o Messaggero di Dio!” e partirono fino a quando raggiunsero una carrozza e domandarono di lui, mentre si stava prendendo cura delle sue pecore. Egli disse: “Chi siete e come vi chiamate?” Loro gli risposero: “Tu sei tal dei tali, figlio di tal dei tali?” Egli rispose: “Sì.” Allora lo misero a terra e lo decapitarono. Muhammad Ibn Muslim disse: “Ho detto ad Abi Ja’far (as): “Pensi che se proprio ora un uomo insultasse il Profeta (S) dovrebbe essere ucciso?” Egli disse: “Se non temi alcun pericolo per la tua vita, allora uccidilo.” (16)
    4. E’ riportato in Fiqh al-Riza: “Chiunque menzioni il Sayyid, Muhammad (S) o uno degli immacolati membri della sua Casa (as), insultandoli e attribuendo loro ciò che non gli si confà o diffamandoli, costui dovrebbe essere ucciso.” (17)
    5. Si riporta da Amali di al-Shaykh al-Tusi: “Da al-Riza (as) da suo padre (as) che disse: “Il Messaggero di Dio (S) disse: “Uccidete chiunque insulti uno dei profeti, e chiunque bestemmi un wasiyy (successore del Profeta), è come se bestemmiasse un profeta.” (18)
    6. E’ riportato in Al-Sunan al-Kubra di Al-Bayhaqi e Sunan Abi Dawud da ‘Ali (as) che una donna ebrea stava maledicendo e diffamando il Profeta (S), perciò, un uomo la strangolò a morte e il Messaggero di Dio (S) annullò il suo sangue (non riconobbe la retribuzione richiesta in questo caso per i comuni omicidi).”(19)
    7. E’ riferito da Ibn Abbas in Al-Mustadrak ‘Ala al-Sahihayn che: “Un uomo aveva una schiava, da cui aveva avuto due figli come perle, la quale malediceva costantemente il Profeta (S). Lui costantemente glielo proibiva, ma lei non la smetteva, ed egli continuava a impedirglielo, ma senza riuscirvi definitivamente, fino ad una notte in cui ella insultò il Profeta (S) ed egli non si trattenne e le infilò una spada nello stomaco, tenendovela fino a quando non fu completamente dentro – e il Messaggero di Dio (S) disse: “Testimonio che il suo sangue non ha valore” (20). L’autore di Al-Mustadrak ha detto: “La documentazione di questo hadith è valida secondo l’autorità di Muslim”.
    8. Si riporta in un hadith che un uomo stava maledicendo il Profeta (S). Il Profeta (S) disse: “Chi mi libererà di uno dei miei nemici?” Khalid Ibn al-Walid rispose: “Io.” Perciò il Profeta (S) lo (Khalid) inviò ad ucciderlo (il blasfemo) (21).
    9. E’ riferito da Abi Bazrat al-Aslami in al-Mustadrak ‘Ala al-Sahihayn: “Un uomo si rivolse rudemente ad Abu Bakr. Io dissi: “O Califfo del Messaggero di Dio! Non lo uccido?” Egli rispose: “Nessuno merita questa punizione, eccetto chi maledice il Profeta (S).” (22)
    10. E’ riportato in Al-Sunan al-Kubra ed in al-Muhazzab che un uomo disse ad ‘Abdullah Ibn ‘Umar: “Ho udito un monaco insultare il Messaggero di Dio (S). Egli disse: “Se io lo udissi lo ucciderei. Noi non gli diamo protezione in tal caso.” (23)
    11. E’ riportato da Abu Hurayrah in Sunan al-Bayhaqi: “Nessuno va ucciso per aver insultato qualcun altro, eccetto nel caso in cui insulti il Profeta (S).” (24)
    12. Si riporta da un uomo di Bilqayn in Sunan al-Bayhaqi che una donna maledisse il Profeta (S), perciò Khalid Ibn al-Walid la uccise. (25)
    I libri di storia e la nobile Tradizione, incluso al-Sirat al-Babawiyyah di Ibn Hisham, sottolineano alcuni esempi dell’esecuzione di queste regole islamiche, quali la storia di Ka’b Ibn al-Ashraf che recitava poesia che interessasse ai miscredenti, e celebrava le donne Musulmane in poesie d’amore quando il Messaggero di Dio (S) mandò qualcuno ad ucciderlo (vol. 3, p. 54). Salam Ibn Abi al-Haqiq fu uno di quelli che si opponevano al Messaggero di Dio (S), così il Messaggero (S), permise la sua uccisione (vol. 3, pag. 286). E c’erano due cantanti donne, che cantavano canzoni diffamatorie sul Messaggero di Dio (S), così egli (S) ordinò di ucciderle (vol. 4, 52). Quindi, c’è qualche possibilità, dopo tutti questi testi, di negare questa regola islamica? Noi siamo convinti che è dovere dei sapienti islamici restare uniti di fronte al kufr che si è sollevato unanime dietro Salman Rushdie e ha continuato a difenderlo, e condannare questa azione oltraggiosa in difesa del Profeta (S), della sua missione e della sua santità:
    “I miscredenti sono alleati gli uni degli altri. Se non agirete in questo modo, ci saranno disordine e grande corruzione sulla terra” (Al-Anfal: 73).
    E non ci sarà alcuna scelta possibile, dopo questa, eccetto che l’applicazione del comandamento di Dio al caso di questo mostruoso criminale.
    Wallahu ghalibun ‘ala amrih (E Iddio prevarrà sulle Sue questioni)

    Note:
    1) Mahund è un nome con cui i Crociati chiamavano il Santo Messaggero (S) durante il Medioevo e le crociate contro i territori islamici. Con un tale appellativo essi intendevano umiliare e beffare il Profeta (S) e degradare la sua reputazione e la sua rispettabilità. Dato che “Mahund” indica il Diavolo e Satana, nel linguaggio odierno, il Criminale Apostata usa questo nome per bestemmiare la santità del Messaggero di Dio (S).
    2) Al-Yanabi’ al-Fiqhiyyah, vol. 23, p. 20.
    3) Al-Yanabi’ al-Fiqhiyyah, vol. 23, p. 74; Al-Kafi fi al-Fiqh, p. 416.
    4) Al-Yanabi’ al-Fiqhiyyah, vol. 23, p. 107.
    5) Al-Yanabi’ al-Fiqhiyyah, vol. 23, p. 169.
    6) Vedi le loro affermazioni in Al-Yanabi’ al-Fiqhiyyah, vol. 23, pp. 204, 293, 320, 391.
    7) Al-Yanabi’ al-Fiqhiyyah, vol. 23, p. 341.
    8) Al-Yanabi’ al-Fiqhiyyah, vol. 23, p. 367.
    9) Al-Yanabi’ al-Fiqhiyyah, vol. 23, p. 416.
    10) Jawahir al-Kalam, vol. 41, p. 432.
    11) Abi al-‘Abbas Ahmad noto come Ibn Taymiyyah, Al-Sarim al-Maslul ‘Ala Shatim al-Rassul, p.5.
    12) Ibid., p. 70.
    13) Tawatur indica la ricorrenza della trasmissione di un hadith, sia nella forma che nel contenuto, in modo da renderne impossibile la falsificazione ai suoi trasmettitori.
    14) Al-Wasa’il, vol. 18, p. 554.
    15) Al-Wasa’il, vol. 18, p. 459, hadith 2.
    16) Al-Wasa’il, vol. 18, p. 460, hadith 3.
    17) Fiqh al-Riza, p. 285.
    18) Bihar al-Anwar, vol. 79, p. 221, hadith 5.
    19) Al-Sunan al-Kubra, Kitab al-Nikah, vol. 7 (Beirut: Dar al-Kutub al-‘Ilmiyyah), p. 96, hadith 13.376. E Sunan Abi Dawud, vol. 4, p. 129.
    20) Al-Mustadrak ‘Ala al-Sahihayn, Kitab al-Huhud, vol. 4, p. 254. Il riwaya è presente anche, con qualche aggiunta, in Sunan al-Nisa’i, vol. 7, p. 107, ed anche in Sunan al-Bayhaqi, Kitab al-Nikah, vol. 7, p. 96.
    21) Al-Muhalla, vol. 13, p. 501.
    22) Al-Mustadrak ‘Ala al-Sahihayn, Kitab al-Huhud, vol. 4, p. 355. Un riferimento simile è presente in Sunan al-Nissa’i, Kitab al-Huhud, vol. 7, p. 109.
    23) Al-Muhazzab, vol. 2, p. 258; Al-Sunan al-Kubra, vol. 9, p. 200.
    24) Al-Sunan al-Kubra, Kitab al-Nikah, vol. 7, p. 97, hadith 13378.
    25) Al-Sunan al-Kubra, Kitab al-Mortad, vol. 8 (Beirut: Dar al-Kutub al-‘Ilmiyyah), p. 352.