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    Seconda parte: le parabole sulla nullita’ del culto degli dèi

    Seconda parte: le parabole sulla nullita’ del culto degli dèi
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    Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso.

    Amici ed appassionati di religione islamica anche questa settimana vi accompagneremo con la nuova rubrica che vi parla delle parabole e delle metafore del Corano.

    Il Corano, l’ultima Sacra Scrittura delle religioni abramitiche ed il miracolo più grande del profeta dell’Islam, usa le metafore per trasmettere ai fedeli il suo messaggio. Le metafore del Corano hanno però caratteristiche particolari e sono diverse da quelle degli altri testi; oltre alla loro bellezza estetica e letteraria racchiudono significati profondi e per questo vengono considerate uno degli aspetti del carattere miracoloso del Corano. Sono metafore originate dalla Sapienza Assoluta del Signore e rinvigoriscono il cuore umano guidandolo verso la Salvezza. Le metafore coraniche fanno riferimento a fenomeni semplici e famigliari per tutti gli uomini in tutte le ere.

    Una delle questioni che il Corano biasima con forza e’ la miscredenza degli arabi del tempo del profeta. Questa gente aveva aggiunto al culto del Dio presentato da Abramo il culto degli idoli e di altre divinità.

    Per dimostrare come sia insulso e insensato adorare gli idoli e gli dèi il Corano usa una metafora suggestiva nel verso 73 della sura Hajj (del Pellegrinaggio):

    O uomini, vi è proposta una metafora, ascoltatela: “Coloro che invocate all’infuori di Allah non potrebbero creare neppure una mosca, neanche se si unissero a tal fine; e se la mosca li depredasse di qualcosa, non avrebbero modo di riprendersela. Quanta debolezza in colui che sollecita e in colui che viene sollecitato!”.

    Secondo le testimonianze storiche, questa metafora coranica aveva anche un preciso intento. Gli arabi infatti cospargevano le statue degli idoli di profumi, zafferano e miele e si riunivano intorno a loro adorandoli. Il bello e’ che durante queste cerimonie le mosche si posavano sulle statue per cibarsi del miele e dello zafferano presente su di esse. Proprio questa scena viene usata dal Corano per creare una immagine perfetta e ricordare che gli idoli non sono nemmeno in grado di creare una mosca e non solo, non possono nemmeno allontanarla da se o riprendersi il miele che essa ha mangiato posandosi su di loro. A seguito tutta questa immagine viene posta davanti al lettore e gli si dice che un idolo che non può far nulla nemmeno per se stesso dinanzi ad una mosca, non può allo stesso modo far nulla per gli uomini e quindi adorarlo e’ solo una perdita di tempo.

    I commentatori del Corano ritengono che il problema dell’adorazione degli idoli fosse una deviazione derivata dal fatto che in antichità, dopo la morte di un profeta o di un patriarca, la gente aveva la tradizione di costruire una sua statua per tenerne vivo il ricordo, oppure costruire statue che simboleggiavano il sole o la luna, visto che erano fonte di luce. A lungo andare però, spiegano gli esperti, la mistificazione aveva portato le persone ad adorare materialmente le statue stesse e a dimenticarne l’uso iniziale ed il valore semplicemente simbolico.

    Come abbiamo detto, al tempo del profeta dell’Islam, Mohammad (la pace sia su di lui e sulla sua immacolta famiglia), gli arabi che seguivano una religione che era quella tramandata da Abramo ma decisamente modificata ed adattata ai loro voleri, riconoscevano che il Creatore dei Cieli e della Terra e’ il Dio di Abramo, Allah, ma non credevano più nella sua unicità e ritenevano che ci fossero degli dèi che lo aiutavano a dirigere le sorti del mondo o particolari fenomeni naturali; credenze probabilmente importate dalla civiltà romana e persiana con la quale gli arabi erano in contatto per via del commercio che effettuavano.

    Nel verso 9 della sura di Az-Zukhruf o degli Ornamenti d’Oro il Corano si riferisce a tale verità:

    “E se chiedi loro: “Chi ha creato i cieli e la terra?”, di certo risponderanno: “Li ha creati l’Eccelso, il Sapiente””.

    Il Corano, però, biasimava il fatto che al contrario della realtà, quella gente avesse introdotto il culto di altri dèi. Il verso 39 della sura di Giuseppe (la pace sìa con lui) ricorda:

    “…Una miriade di signori sono forse meglio di Allah, l’Unico, Colui Che prevale?”.

    Nel verso 74 della sura Ya Sin, il Corano spiega che la fede in questi idoli insulsi e’ dovuta alla speranza di ricevere aiuto da loro nella vita:

    “Si prendono divinità all’infuori di Allah, nella speranza di essere soccorsi”.

    Il Corano, biasima in tante circostanze questo fare. Un esempio e’ il verso numero 56 della sura del Viaggio Notturno:

    Di’ [loro]: “Invocate quelli che pretendete [essere dèi] all’infuori di Lui. Essi non sono in grado di evitarvi la sventura e neppure di allontanarla”.

    Tornando alla questione delle metafore, questa volta il Corano racconta una storia vera per convincere gli idolatri del tempo del profeta del loro errore sull’adorazione degli idoli.

    Si narra la storia della vita di Abramo. Quando lui, in un giorno di festa, quando la gente era fuori città per una cerimonia, entrò nel Tempio della sua città e distrusse tutte le statue che c’erano con una scure tranne la statua dell’idolo più grande. Quando la gente tornò e lo accusò di essere il responsabile di quell’azione, Abramo puntò il dito contro l’idolo più grande che era rimasto intatto e disse che era stato lui a distruggere gli altri.

    Naturalmente la gente ribattè dicendo che quella statua non poteva nemmeno muoversi e quindi non poteva aver distrutto le altre. A quel punto Abramo (la pace sìa con lui), disse loro che se quella statua non poteva nemmeno muoversi, come facevano loro ad adorarla e a chiedergli addirittura di aiutarli nella loro vita?

    Quest’azione di Abramo li indusse a riflettere sul loro fare ed e’ giustamente un esempio molto convincente per tutti coloro che possono cadere nello stesso errore, in qualsiasi periodo ed in qualsiasi era.