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    Un santuario islamo-cristiano nei pressi di Varna

    Un santuario islamo-cristiano nei pressi di Varna
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    Un santuario islamo-cristiano nei pressi di Varna

     

    I contatti tra mondo islamico e cristiano non avvenivano soltanto lungo le sponde del Mediterraneo, nel XVI° secolo un altro “limes”, non meno importante, attraversava i confini eurasiatici della nascente potenza ottomana e safavide. Questi luoghi rappresentavano, ieri come oggi, la cerniera tra Europa, Asia e il vicino oriente mediterraneo. Dal Caucaso ai Balcani fiorivano splendide culture, caratterizzate da notevole sviluppo scientifico e artistico.

    L’incontro dei popoli e delle loro tradizioni religiose era il fondamento di una spiritualità forte e diffusa. In questi territori infatti, insigni figure della teologia e della mistica musulmana elaboravano i loro trattati e insegnavano la sharia. La predicazione e il confronto religioso erano frequenti non solo nell’ambito dell’Islam sciita e sunnita ma, sopratutto nelle aree di confini spesso incerti e mutevoli, con la chiesa ortodossa e le varie confessioni cristiane orientali.

    L’articolo che presentiamo, inedito per il web, riguarda un antico luogo di culto, situato nella Dobrugia, una regione tra il Danubio e il Mar Nero.

    Si tratta di un santuario (tekke), dedicato contemporaneamente a due figure della devozione musulmana e cristiana: Akyazili Sultan e Atanasio. Questa compresenza nel medesimo luogo e tempo permetteva che il mausoleo-santuario fosse condiviso e frequentato dai fedeli delle due religioni. Il testo di Giorgio Rota, tratto dalla rivista “Islam, Storia e Civiltà” – n. 20/1987 – ha un profilo specialistico, rinviamo quindi alla citata pubblicazione per le note corredate e la bibliografia.

     

    Un santuario islamo-cristiano nei pressi di Varna (di Giorgio Rota)

    Il villeggiante di Dobrugia disposto ad abbandonare per un momento i suoi ozi balneari e che non riservasse tutta la propria attenzione, com’è di prammatica, alla visita guidata del famoso monastero cristiano di Alaca, potrebbe imbattersi nei resti di quella che fu una delle più vaste ed importanti, se non la più importante in assoluto, tekke dei Balcani. Si tratta del mausoleo, con annessa “foresteria” di Akyazili Sultan, ovvero di Hafiz Halil, nei pressi del villaggio di Obrociste, tra Varna e Balcik, che i cristiani invece, da tempo e ancor oggi, vogliono dedicato a S. Atanasio: da qui la definizione di “santuario ambiguo” che F. W. Hasluck dà a quei luoghi i quali – caso non infrequente in area balcanica – occupano un posto sia nella devozione musulmana sia in quella cristiana e sono quindi frequentati da fedeli di entrambe le religioni.

    Completato probabilmente, benché non esistano date certe, in età anteriore all’ascesa al trono di Selim I (1512), il complesso della tekke, il più vasto dei Balcani secondo Eyice, ebbe anch’esso a soffrire delle guerre turco-russe di cui, a partire dalla metà del ’700 e per circa un secolo, fu teatro proprio questa parte della penisola. Il monastero vero e proprio venne infatti incendiato dalle truppe russe nel 1828 o ’29 e, non essendo mai più stato ricostruito, oggi se ne possono vedere le imponenti rovine a poca distanza dalla turbe che ospita la tomba del santo. Quel che maggiormente attira l’attenzione del visitatore è certamente l’altro camino che ancora si erge in fondo al meydan, in asse con l’entrata, e che riveste una particolare importanza non solo perché il camino, come ricorda Eyice, costituiva uno dei simboli più importanti della confraternita Bektasi le cui tekke, oltre ad albergare dervisci, davano abitualmente ospitalità a viandanti e pellegrini ma anche e specificatamente in relazione ai cospicui sacrifici che – come vedremo – vi venivano presumibilmente celebrati.

    Dell’antico complesso, comunque, rimane in buone condizioni solo la turbe, la cui sezione principale, a pianta ottagonale, è preceduta da un’entrata quadrata: costruiti con pietre squadrate, i due corpi dell’edificio sono sormontati ciascuno da una cupola.

    E proprio al centro della sezione principale della turbe, sobriamente ma decorosamente ornata con motivi floreali del tardo barocco ottomano, si trova il segno su cui si focalizza l’attenzione dei fedeli e che costituisce l’oggetto della disputa tra cristiani e musulmani: il solito pseudo-sarcofago in pietra, al solito incommensurabile con la statura umana normale, alto circa mezzo metro e ricoperto di drappi multicolori – bianchi, rossi e verdi – che per gli uni ricopre il sepolcro di S. Atanasio, per gli altri quello di un non meglio identificato, ma comunque anch’egli santo, Akyazili Sultan. Per quanto ormai privo della sua antica importanza e dalle mani della confraternita Bektasi trasmesso a quelle laiche e socialiste dello stato bulgaro attraverso la mediazione dei fedeli di S. Atanasio, è tuttavia ancora possibile, per i visitatori che vi accedono, partecipare ad un rito che nella sua essenzialità riporta almeno in parte alla mente pratiche più articolate di altri santuari balcanici e anatolici, in voga almeno fino ai primi del nostro secolo, e di cui si trova menzione nei ricordi di molti viaggiatori europei. Il rito, a cui può partecipare oggi non più chi cerca guarigione miracolosa ai suoi mali per intercessione del santo ma semplicemente, e in fondo più democraticamente, chi paghi il biglietto di ingresso al monumento, e che viene “officiato“ non più da un derviscio ma da due custodi laici – laici che dovrebbero essere teoricamente al di sopra delle parti (un po’, diciamo, come i guardiani del Santo Sepolcro) ma che in realtà non nascondono la loro predilezione per S. Atanasio – consiste nell’accensione di una candela per visitatore ai piedi del sarcofago e in alcuni attimi di riverente e silenzioso raccoglimento.

    Hasluck riporta diversi racconti di viaggiatori che assistettero, in epoche differenti, a riti in cui le candele ricoprivano un ruolo preminente, utilizzate di volta in volta dal supplice per sollecitare l’intercessione del santo o come componente indispensabile nella preparazione di talismani: operazione, quest’ultima, registrata nientemeno che nell’ illustre basilica di San Demetrio a Salonicco, un tempo eseguita da un derviscio a beneficio dei fedeli cristiani del luogo.

    Pellegrinaggi a luoghi santi e richieste di intercessioni miracolose erano comunque più efficaci quando accompagnate dal sacrificio di una pecora o di un montone, atto che  consentiva al devoto di esercitare la più sacra delle virtù musulmane – la carità (sadaqa) – e lo rendeva quindi ancora più meritevole della grazia richiesta. La vittima del sacrificio era infatti spesso consumata in un pasto comune a cui partecipavano anche i dervisci addetti al luogo santo, ed ecco che ci si palesa allora la magnificenza della grande cucina della nostra tekke, dove probabilmente venivano preparati gli animali offerti dai pellegrini, pellegrini musulmani ma forse anche cristiani, e già prima della mutazione ufficiale della titolarità del luogo. L’usanza del sacrificio – dal valore notoriamente apotropaico oltreché propiziatorio – in onore del santo e per la propria salute spirituale non meno che materiale non poteva non essere divenuta a tutti familiare.

    La doppia attribuzione del santuario a due figure apparentemente distanti, e comunque appartenenti a due religioni considerate distinte e talvolta contrapposte, non è un fatto insolito nell’area balcanica, tanto meno là dove è giunta l’azione conciliatrice dell’ordine Bektasi. L’espansione dell’influenza della confraternita in questa zona è infatti avvenuta non in modo violento e coercitivo ma piuttosto attraverso una metodica azione di fusione tra le caratteristiche di alcuni personaggi tradizionalmente cari alla devozione turca e già assorbiti dall’agiografia Bektasi – ad esempio Sari Saltik, una delle figure più tipiche in questo senso – e quelle di santi cristiani, con la conseguente creazione di un patrimonio di leggende i cui protagonisti, musulmani in origine, finiscono spesso per assumere caratteristiche e prerogative dei santi della tradizione ortodossa, e l’istituzione di santuari “doppi“, a cui potessero accedere liberamente, e soprattutto spontaneamente, fedeli di entrambe le religioni. Tanto si è dato per il santuario di Akyazili Sultan, il quale sorge oltretutto in una zona che tra l’altro rappresenta – checché ne dicano i custodi del “museo”, sorta di integralisti laico-cristiani – uno dei principali centri di stanziamento dei gaugazi nei Balcani.

    Com’è noto, i gaugazi sembra debbano il loro nome, alquanto storpiato nel corso dei secoli, al selgiuchide ‘Izzod–Din Key-Kavus III (1246-1280) che, in fuga dai suoi domini anatolici, soggiornò per breve tempo, a partire dal 1261, in quella che doveva poi essere conosciuta col nome di Dobrugia come vassallo dell’imperatore Michele VIII Paleologo (1258-1282), prima di rifugiarsi alla corte di Berke, khan dell’Orda d’Oro (1257-1266), in quella Crimea in cui morì nel 1280. Dopo lunghe peripezie, almeno una parte dei discendenti dei guerrieri che, con le loro famiglie, avevano seguito Key-Kavus nel suo esilio balcanico, si stanziarono definitivamente in Dobrugia, mantenendo poi nei secoli la fede cristiana che avevano nel frattempo acquisito.

    Alla testa delle famiglie che raggiungono i loro uomini, soldati selgiuchidi, in Dobrugia, e poi del popolo turco al gran completo che vi fa ritorno dopo la morte di Key-Kavus e la parentesi crimeana, troviamo il già citato Sari Saltik, personaggio per così dire emblematico di un mondo in cui confluiscono miti e tradizioni dalle origini più disparate. E’ figura che si vuole affondi le sue radici nel più remoto passato turco pre-islamico, e dovrebbe comunque avere un’origine centroasiatica se è stato possibile ipotizzare una contaminazione tra questo personaggio e Satuq Bughra-Khan, tradizionalmente ritenuto il primo sovrano qarakhanide convertitosi alla fede islamica.

    E’ comunque in un secondo tempo che Sari Saltik diventa una figura dalla personalità multiforme, e ancor più affascinante, quando cioè viene “adottato” dai Bektasi: al punto che Hasluck poté definirlo “the Bektashi apostle par exellence of Rumeni”. Perché “ apostolo per eccellenza”? Secondo i Bektasi, Sari Saltik sarebbe stato allievo di Hoca Ahmed Yesevi (m.1167) e quindi condiscepolo di Haci Bektas (m.1337); in un secondo tempo, trasferitosi in Anatolia, sarebbe stato inviato dal sultano Orhan (1324-1360) ad islamizzare la Rumelia. La sua è in pratica una di quelle figure dai connotati incerti che sono state assorbite dalla tradizione Bektasi – e poi utilizzate come ponte tra le due religioni – grazie alla sua propensione ad assimilare le caratteristiche più popolari della santità “alla cristiana”, che proprio in Dobrugia ha avuto una particolare rilevanza. In seguito a questo processo di identificazione, Sari Saltik era venerato dai cristiani come S. Naum, S. Spiridione e soprattutto S. Nicola, in base alle avventure, in bilico tra il miracoloso e il rocambolesco, che avrebbero fatto seguito alla sua partenza da Bursa. Ucciso un drago dalle sette teste in Dobrugia e smascherato con un’ordalia un monaco che cercava di assumersene il merito, Sari Saltik concluse le sue peregrinazioni a Danzica dove avrebbe eliminato il locale patriarca Nicola e ne avrebbe preso il posto assumendone vesti, dimora, dignità e funzioni, guadagnando così proseliti all’Islam; dopo la morte, il suo corpo si moltiplicò in sette corpi diversi – quaranta secondo un’altra versione – che furono poi sepolti in altrettanti luoghi, disseminati addirittura tra la Svezia e Adrianopoli.

    Duplice natura, dunque: benché Sari Saltik fosse tenuto in alta stima dai musulmani, tanto da indurre Berke Khan – con evidente anacronismo – ad affidargli la guida del suo popolo, il patriarca di Costantinopoli gli consegna in tutta tranquillità un figlio di Key – Kavus, ormai diventato monaco cristiano, “dal momento che egli sa che Sari Saltik è un uomo santo“.

    Sotto la sua guida, il principe diventerà un pio derviscio, assumendo i poteri soprannaturali del maestro e finendo per fondare a sua volta l’ordine dei Baraqi. Anche per il misterioso Akyazili Sultan, che i Bektasi – si noti – consideravano al pari di Haci Bektas e Sari Saltik discepolo di Hoca Ahmed Yesevi, riteniamo si possa ipotizzare un processo di identificazione analogo nelle linee essenziali: la tradizionale devozione degli immigrati per un personaggio dalle incerte origini giunto dall’esterno come loro o con loro si è sovrapposta a quella degli indigeni verso la figura di S. Atanasio, non meno venerato di S. Nicola o di altre figure dell’agiografia ortodossa. Un’ipotesi di questo genere sembrerebbe trovare conferma in una proprietà comunemente attribuita al santo della tekke, quella cioè di protettore degli armenti, che ben si attaglia ai costumi seminomadi dei primi gagauzi. Per lungo tempo solo i musulmani poterono avvalersi di questa virtù, per cui si dovrebbe pensare che i gagauzi, pur avendo importato in Rumelia il culto di un santo protettore degli animali, potrebbero a rigore aver perduto il “diritto” – se non la consuetudine – a giovarsene dopo la loro conversione nel XIII secolo.

    L’attribuzione ufficiale dei santuari procede comunque di pari passo con le vicende politiche del territorio di appartenenza. Le continue guerre turco-russe, le incursioni delle bande di saccheggiatori al servizio del famoso pascià di Vidin Osman Pasvantoglu, spinsero molti gagauzi ad emigrare verso la Russia, mentre sull’altro fronte il conseguimento della indipendenza da parte di Romania e Bulgaria (1878) fece sì che molte famiglie musulmane lasciassero la Rumelia per la Turchia. Queste vicende ebbero notevoli ripercussioni anche sulla tekke, portando ad un rapido aumento delle prerogative di S. Atanasio, che finì per diventarne l’unico titolare, per dir così. Mentre infatti, ancora nel 1872, la tekke ospitava ventisei dervisci ed era uno dei santuari musulmani più venerati della Dobrugia (Evliya Celebi, forse con la sua consueta enfasi, aveva definito il mausoleo secondo solo ai santuari di Najaf e Karbala), appena una decina di anni dopo i dervisci si erano ridotti a uno, e nel 1883 veniva riconosciuto ufficialmente il culto di S. Atanasio, che intanto già da alcuni decenni aveva iniziato ad operare in favore dei suoi correligionari come protettore delle mandrie. Nel 1894, infine un greco esperto delle antichità di Varna poteva scrivere: “…Questa tekke un tempo era cristiana, ed era dedicata a S. Atanasio; in origine era senza dubbio in mani cristiane”, nonostante il monastero fosse ancora abitato da dervisci, i quali accoglievano i fedeli giunti fin lì per ricorrere alle celebrate virtù iatriche di S. Atanasio.

    Originariamente la figura di S Atanasio aveva molto probabilmente offerto una copertura utile ai dervisci per attirare anche i fedeli cristiani al loro monastero, facendo magari inconsapevolmente leva, chissà, pure su un’affinità di fondo tra i nomi dei due santi, “quello dal bianco destino” e “l’immortale”. Oggi questo processo di riappropriazione, ben descritto da Hasluck, si è ormai definitivamente compiuto, tanto più che nessuno nella zona, dubita dell’origine cristiana del santuario.

    Restano, a testimonianza dei tempi ormai dimenticati – e soprattutto rimossi – dell’Impero Ottomano, usanze che affondano le loro radici in un remoto passato e che sono tipiche di una religiosità popolare non solo turca. Di una di queste, il rito propiziatorio delle candele, abbiamo già detto. L’altra è l’albero. Proprio dietro la prosaica biglietteria, a cui ancor oggi i visitatori – forse musulmani, forse cristiani, spesso sedicenti atei – appendono fazzoletti colorati simbolo di desideri da esaudire, il cui nodo si ritiene imprigioni magicamente il male da cui guarire o il peccato da cui essere assolti.

    Di per se stesso visto come simbolico ponte tra la terra e il cielo, e quindi tra questa e l’altra vita, l’albero è notoriamente e ovunque connesso con la nascita e la morte dell’uomo, e alcuni in particolare hanno da sempre a che fare con tombe e cimiteri: dal cipresso, particolarmente amato e diffuso in Persia, al platano qui, in terre di cultura greca, già sacro ad Era e poi venerato anche nei territori occidentali dell’impero ottomano, al gelso insanguinato di Haci Bektas che secondo la leggenda affonda le sue radici nelle viscere stesse del santo, al pistacchio che assolve alle stesse funzioni nel Khorasan, ad esempio sulla tomba di Jami ad Herat. Gli alberi piantati vicino ad una tomba possono dare indicazioni sulla sorte del defunto nell’aldilà oppure, crescendo particolarmente rigogliosi, segnalare la sepoltura di un sant’uomo e dare inizio così ad un nuovo culto con il suo corollario di pellegrinaggi e guarigioni miracolose. Ma gli alberi che crescono intorno a santuari ormai affermati e su tombe di grido, come appunto il nostro Akyazili Sultan, a maggior ragione devono possedere qualità miracolose grazie alla loro contiguità col defunto, e sono quindi luoghi privilegiati a cui appendere, fatti stoffe e annodati, le malattie o i peccati del supplice. Alla regola non sfugge nemmeno l’albero di Akiazyli Sultan – non un cipresso o un gelso, ma un umilissimo, oggi, alberello che non siamo stati capaci di identificare sotto gli acquazzoni di primavera – che ci ricorda un sentimento a metà tra folklore e religione, accomunante queste popolazioni al di là della religione “ufficiale” di appartenenza o di retaggio.

     

     

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