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    Toghe e forchette

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    La Giustizia secondo l’Ordine Forense

    « Fare ciò che deve essere fatto. L’azione pura è quella che è svincolata da ogni condizionamento dettato dalle circostanze ». Nel comporre questo volume credo a buon diritto di avere seguito il noto precetto evoliano sul- l’etica dell’azione guerriera. Il problema sollevato da questo libro-denuncia è di non scarso rilievo e tocca uno degli argomenti più tabù dell’establishment dominante in Italia: la funzione di sgherri a difesa degli ambigui e squallidi interessi sociali della partitocrazia affaristica, esercitata dai consigli dell’ordine del ceto forense. Si parla molto – mai abbastanza – della deriva giustizialista e totalitaria della magistratura, ma si parla troppo poco degli ascari di cui la dittatura giudiziaria si serve: i consigli degli ordini forensi, gli organismi di rappre- sentanza della categoria degli avvocati. Questi organismi esercitano un’asfissiante autorità disciplinare sugli iscrit- ti, autorità che è utilizzata, come espone da sempre il Prof. Paolo Signorelli dell’Associazione “Enzo Tortora”, per squallide operazioni di controllo so- ciale sugli avvocati politically incorrects, invisi alle mafie di regime. I poteri autocratici e liberticidi dei consigli dell’ordine sono resi ancor più arrogan- ti dalle recenti norme deontologiche che il Consiglio Nazionale Forense ha varato per esercitare ancora un maggiore controllo sugli iscritti: sono pre- cetti deontologici che non chiariscono assolutamente le condotte ed i fatti che vanno a colpire, scritti in maniera vaga, generica, assolutamente fumo- sa ed antigiuridica. Le norme deontologiche si prestano a mille interpreta- zioni, possono dire tutto ed il contrario di tutto, ad arbitrio sovrano dei consigli degli ordini che, quasi autocrati legibus soluti, usano questa illegit- tima incertezza del diritto per favorire i loro “famigli” e colpire i dissidenti in maniera draconiana e senza alcuna possibilità di esercitare elementari diritti processuali; l’incertezza assoluta del diritto, violazione del principio di legalità e tipicità delle norme, è la regola nei processi intentati dai consi- gli degli ordini forensi, in cui l’organo d’accusa è anche quello giudicante (sempre il Consiglio), nonché l’unico interprete delle fumose norme da esso stesso varate. Ritenere di avere di fronte a sé un giudizio sereno è mera chimera; l’avvocato politically incorrect trascinato a giudizio disciplinare ha le stesse possibilità diesporre le proprie ragioni che aveva il giovane studen- te disarmato della Piazza Tien – An – Men di fronte ai carri armati dell’Ar- mata Rossa pronti al fuoco: nessuna. I consigli degli ordini forensi sono i cani da guardia della tirannia giudiziaria delle canaglie in toga. da cui traggono compensi per i bassi servizi di macel- leria disciplinare degli avvocati contro – corrente. In nome della Democra- zia. Si parla poco di questa realtà, ma ciò non desta sorpresa nella terra che fu dapprima dei Borgia e poi di Andreotti; si tratta del solito gioco delle parti, caro alle democrazie borghesi e rappresentative: avvocatura ufficiale e potere giudiziario inscenano una fìnta contesa ed un fìnto contrasto allo scopo di meglio ripartirsi le zone d’influenza ed impedire che questo gio- chetto di collusioni ed intrallazzi risulti chiaro al cittadino. Nè più nè meno di quanto facevano la DC ed il PCI: fingendo di litigare, in realtà rafforza- vano il loro duopolio con sotterranee e puteolente “cointeressenze” alle spalle dei cittadini. Il paragone è quanto mai calzante; caduta la vecchia classe dirigente della Prima Repubblica e la centralità politica dei partiti della stessa, oggi sono la magistratura ed i gruppi d’interesse che dietro ad essa si celano ad avere occupato la funzione politica che prima era esercitata dai partiti. E’ chiaro, dunque, che un fìnto contraltare al potere di control- lo sociale esercitato dalla Procure si rendeva necessario, onde continuare nella commediola tutta italica delle fìnte “alternanze” e contrapposizioni; come ieri per i partitocrati, oggi anche per magistrature forcaiole e consigli dell’ordine forense, vale l’antico rilievo: « Marciano divisi per rubare uni- ti ». Le vecchie vignette di Guareschi centrano perfettamente anche la reale funzione dei consigli degli ordini forensi: « Antifascisti alla riscossa! Abbia- mo pazientato vent’anni. ora BUSTA! ». Il senso delle marce, degli scioperi per il “processo giusto” (Medice, cura te ipsum!), intentati dai consigli degli ordini, non hanno alcuna valenza real- mente contrappositiva allo strapotere giudiziario: sono solo l’ennesima sce- neggiata italica, l’ennesimo teatrino inscenato col consenso “de li superio- ri”. Tutte queste marce, questi scioperi e queste indignazioni finiscono come tutte le sceneggiate italiche: a tavola, brindando con i Procuratori della Repubblica. Tanto, ad essere “sbancati” dal sodalizio fra Ordini e Procure, la vera Banda Bassotti che si aggira per i tribunali del Bei Paese, sono sem- pre i soliti fessi: i cittadini inquisiti, che per “uscire” dalle inchieste debbo- no svenarsi in buste e prebende, ieri versate alle casse dei partiti, oggi ai nuovi esattori e control- lori di stato, il Gatto e la Volpe, Procure e consigli degli ordini. I “mammasantissima” dell’italica corruttela stanno sempre a galla… Se la tanto declamata e falsa richiesta di “più giustizia” vantata dagli organi- smi di categoria forense fosse vera, essi dovrebbero per prima cosa dare i1 buon esempio, abrogando le normative che conferiscono ai consigli dell’ordine un potere disciplinare dispotico ed intollerabile sugli iscritti; la risposta de Consiglio Nazionale Forense, vero Tribunale speciale di catego- ria, è stata la promulgazione recente di una normativa ancora più dispotica ed allucinante. Del resto, parlano i fatti: il consiglio dell’ordine degli avvo- cati di Pordenone la città dove lavora l’avv. Edoardo Longo, sempre inqui- sito dal locale consiglio a causa del suo impegno pubblicistico contro cor- rente, ha organizzato ur recente costosissimo convegno (con relativi pranzi ed abbuffate per gli Augusti Relatori), in cui tali preclari avvocati discettavano sull’indiscutibile necessità di costituire tribunali speciali intemazionali contro i crimini di guerra. Quale afflato garantista e liberale nei consigli degli ordi- ni: come se già non bastassero i tribunali ordinari nazionali! Ovviamente, onde fugare ogni dubbio, gli organizzatori del convegno i “Tribunali intemazionali contro i criminali di guerra”, hanno precisato a quali criminali si riferivano, indicandoli nei manifesti: da Pinochet a Milosevic. Naturalmente, nessun accenno al curdo Ocalan, dirigente del locale partito comunista e reo confesso dello sterminio di migliala di donne e bambini ad opera del braccio armato dello stesso partito. Strano, questo concetto “monocolo” di giustizia che alberga nei cuori dei Consigli degli Ordini: vedono le pagliuzze negli occhi di Destra, ma non le travi negli occhi di Sinistra. Anche se queste “travi” sono la vita di migliata di inermi assassinati in nome del comunismo. Naturalmente, nessuno di questi ga- rantisti dell’ultima ora, di questi avvocati della pastasciutta, prova un brivi- do di raccapriccio “garantista” nel pensare che Pinochet è stato arrestato da un Procuratore forcaiolo mentre si trovava, ad oltre ottant’anni, in una cllnica ospedaliera all’estero pei farsi operare da una grave malattia. Per lui non valgono i principi del “giusto processo” e dei diritti civili. Se fosse stato per le organizzazioni forensi italiane, Pinochet starebbe morendo in carce- re, nonostante la giustizia inglese abbia di recente dichiarato illegittimo il suo arresto. Ma gli inglesi sono un popolo incivile: non hanno i consigli degli ordini i strillare per ogni angolo richieste di “giusti processi”. Ovviamente queste ed altre pubbliche manifestazioni dei consigli degli ordini sono pagate a spese degli iscritti all’albo e dei cittadini, dalle cui tasche, in qualche modo, i consigli degli ordini prelevano quattrini in quanto organi amministrativi di diritto pubblico. Soldi che provengono anche dalle tasche di quegli spre- gevoli cittadini garantisti che non vorrebbero processi intemazionali per nessuno, ritenendo già abbastanza faziosi e politicizzati quelli nazionali…… Ma la democrazia dei Consigli degli Ordini, cani da guardia del giustizialismo più tribale, da cui mutuano metodi e principi nei processi disciplinari, vigila costante: in mancanza di qualche anziano militare come Pinochet, guardandosi bene dall’ andare a disturbare a casa sua il premier Milosevic – anche il convegno si è tenuto, per giusta sicurezza delle Pingui Epe degli illustri Deontologhi, solo quando era indiscutibile che la NATO avesse debellato il “mostro nazional/comunista e razzista” – il consiglio dell’ordi- ne svolge il suo compito di Vigilanza Democratica e provvede ad inquisire con criminale (questo sì!) accanimento l’avv. Edoardo Longo che, pur non avendo mai fatto del male a nessuno, è reo di essere fascista e contro corren- te. In attesa che se ne occupi in futuro qualche tribunale intemazionale, nel frattempo ci pensano gli emuli dei Giudici del processo di Norimberga, gli illustri Deontologhi Forensi. Il conto di tanta encomiabile “pulizia etnica del dissenso”, a chi lo mande- ranno gli illustri Deontologhi? Non certo alla NATO o al Governo bianco -rosso, come il salato conto (con annessi “svaghi” e “gratificazioni”) del convegno contro il Generale Pinochet e Milosevic. Spero almeno che non usino le tasse di iscrizione all’Albo pagate dall’ avv. Longo per istituire pro- cessi contro di lui…! Questo libro parla molto dell’ avv. Edoardo Longo e propone il problema dell’illegittimità costituzionale dei consigli dell’ordine, partendo proprio dalla sua vicenda, che è emblematica. Nel libro troverete un’ampia serie di articoli che espongono i termini di questo indiscutibile linciaggio politico, in parte già editi con grande interesse di pubblico su varie testate. In appen- dice, vari documenti che attestano le scansioni più significative di questa vicenda di ordinaria repressione democratica, più comune di quanto si cre- da, ma che nel caso di Edoardo Longo ha raggiunto culmini di inciviltà e di arroganza che mettono i brividi. Valga da sola l’ultima appendice, il “calen- dario” delle comunicazioni disciplinari inflitte a Longo: quasi SETTECEN- TO, fra intimazioni. convocazioni giudiziarie, sentenze ed atti connessi. Circa trenta provvedimenti disciplinari: ho provato a calcolare cosa signifi- chi in termini di vivibilità dell’esistenza: si tratta, in media, di una comuni- cazione disciplinare ogni cinque giorni, dal 1991 ad oggi! E’ civile un simile accanimento? E’ legale trattare così una persona in un “paese democratico” con accuse tanto squallide (ad esempio: “Non avere pagato gli interessi moratori sulla tassa d’iscrizione, nella capitai somma di Lit. 12.000”; “non avere ritirato corrispondenza dell’Ordine”; “avere usato in corrispondenza professionale espressioni quali more solito), da rendere evidente che le ragioni di tanto accanimento sono altre da quelle di un controllo disciplinare? Io credo di no, ma per le cosche mafìose dell’ordine forense ed i loro compiici giudiziari e di altre squallide cosche di malaffare, evidentemente sì. Questa è la democrazia: lo stesso regime che manda in onda (telegiornale del TG1, ore 8.00 del sabato 21 agosto 1999) un comu- nicato a proposito dell’incendio divampato in Spagna nella Valle de Los Caidos, definendo “scorie” – anziché spoglie – i resti mortali del Generale Francisco Franco. Evidentemente per il regime democratico i “fascisti” non hanno diritti da vivi, e non meritano neppure rispetto da morti; cittadini di serie B in vita, diventano “scorie”, spazzatura, da morti… L’avv. Edoardo Longo subisce questa situazione: dichiarato scomodo, politi- cally incorrect perché impegnato pubblicisticamente a destra, è linciato dai cani da guardia dell’ordine democratico, annidati in quei rottami autocratici che sono i consigli degli ordini forensi. Senza diritti e senza tutela, sotto gli occhi impassibili delle canaglie giudiziarie. Questa è la giustizia secondo l’ordine forense! L’avv. Longo è una non persona perché un non allineato. Da vivo. In attesa di divenire anche lui “scoria” da morto…. Per questo motivo volevo intitolare questa antologia (la prima, ne seguiran- no altre sullo stesso argomento) « II libro nero dei confini orientali »: sareb- be stato un titolo che riecheggiava l’Hobbit di J. R. R. Tolkien (« II libro rosso dei confini occidentali ») e nello stesso tempo « II libro nero del comunismo », indice sia del carattere di denuncia degli abusi della giustizia disciplinare mafìosa dell’ordine forense, sia dell’appartenenza di Edoardo Longo a quella generazione di italiani che non si è arresa all’arroganza della restaurazione democratica post bellica. L’Hobbit inizia così: « In un buco sotto terra viveva uno Hobbit »: i ribelli di destra al regime mafioso sono considerati ancora oggi poco più che caro- gne (quasi “scorie”…), degne solo di vivere sotto terra o di ritornarci, seppelliti da settecento comunicazioni giudiziarie, in assenza – per ora – di un Tribu- nale Speciale Intemazionale con relativo plotone di esecuzione. Per intanto, funge alla bisogna il Tribunale speciale democratico dell’ordine forense. Per i fascisti il dopo guerra non è mai terminato, e il nostro destino di ribelli ancora non concluso. Per questo amiamo il Tolkien che scrive: “La via prosegue senza fine lungi dall’uscio dal quale parte. Ora la via è fuggita avanti, devo inseguirla ad ogni costo rincorrendola con piedi alati sin all’ incrocio con una più larga dove si uniscono piste e sentieri. E poi dove andrò? Nessuno lo sa».

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